Io e la rivoluzione delle birre artigianali irlandesi

Non di sola Guinness vive il popolo irlandese

Non amo i titoli sensazionalistici o gonfiati. L’uso della parola rivoluzione mi fa sempre scattare un campanello d’allarme: possibile cazzata in agguato. Il termine è ormai abusato perchè applicato a eventi che non hanno nessuna portata rivoluzionaria. Un cambiamento non è di per sè una rivoluzione. Stavolta però mi alleo con tutti coloro che qui in Irlanda parlano della “craft beer revolution”. In questo caso mi sembra appropriato parlare di una rivoluzione. È un cambiamento fenomenale per numeri e portata.

La birra è la bevanda alcolica più bevuta in Irlanda, e gli irlandesi sono tra i più grandi consumatori di birre al mondo, arrivando sempre ai piani alti delle classifiche mondiali di consumo di birre. Un’industria che conta molto sull’economia del paese, che secondo la Irish Brewers Association impiega direttamente circa 2000 persone e supporta 40000 posti di lavoro.

Per gli italiani, birra in Irlanda significa una cosa sola: Guinness. Dire che la Guinness è iconica non mi pare eccessivo. Immagini di una pinta o di un poster pubblicitario della Guinness vengono spesso scelte come foto di copertina per le guide turistiche d’Irlanda. Scelta azzeccata: è qualcosa di immediatamente riconoscibile per lo straniero. Alzi la mano quanti di voi a sentire “Irlanda” non abbiano immediatamente pensato “Guinness”.

Di fatto, questa totale identificazione irlandesi-Guinness non esiste. Se è innegabile che la Guinness sia un marchio radicato nell’immaginario collettivo irlandese e abbia avuto e ha ancora un forte peso nella vita economica del paese (per fare un paragone un po’ alla lontana, azzarderei come la Fiat in Italia), non è necessariamente vero che la Guinness sia la birra più amata dagli irlandesi. Molti di voi avranno uno shock dopo aver letto questa frase. Ma come… un irlandese che non beve Guinness, come può esistere? Beh io sono un’italiana che non mangia la pasta: fidatevi, può esistere.

Sì, tutt’oggi la Guinness rimane la birra più venduta, ma il mercato delle stout – ovvero le birre scure di cui la Guinness è l’esempio più famoso – è in calo, mentre le lager sono in crescita. Heineken Ireland, che ad agosto 2014 ha dichiarato di possedere circa il 28% del mercato della birra in Irlanda, distribuisce cinque birre e nessuna di queste è una stout. Sono tutte birre bionde: Heineken, Tiger, Coors Light, Desperados e Sol.

A voler essere pignoli, la Guinness non è nemmeno più un prodotto irlandese. Da anni ormai il marchio è stato comprato da un colosso delle bevande, la multinazionale Diageo.

Insomma… oltre la Guinness c’è di più. E se fino a qualche anno fa il “di più” erano comunque birre prodotte e distribuite da grandi marchi, negli ultimi anni si sono fatte strada birre prodotte da birrifici artigianali. La recessione è stata uno dei primi incentivi alla crescita delle birre artigianali: in tempi di crisi i pub hanno dovuto inventarsi qualcosa per attirare i clienti che per ragioni economiche preferivano bere a casa e alcuni hanno puntato all’ampliamento dell’offerta, proponendo nuove birre. La crescita della domanda è invece legata alle maggiori possibilità economiche rispetto a un passato pre-Celtic tiger, che ha aumentato il numero di viaggi all’estero. Uscendo dall’isola verde, gli irlandesi hanno scoperto nuovi sapori, cibi ma anche birre. Tornati a casa, qualcuno ha ben pensato di iniziare a produrre in patria ciò che aveva bevuto altrove facendo la felicità di chi era stanco di bere “il solito”. Un caso emblematico è quello della 8 Degrees Brewery di Cork, fondata da un australiano e un neozelandese residenti in Irlanda che non ne potevano più di bere sempre le solite birre!

Io e la birra in Irlanda: dal mio “nero” arrivo a un caleidoscopico presente

Che il mercato della birra in Irlanda sia completamente cambiato nei sei anni in cui ho vissuto qui mi è stato chiaro prima ancora di iniziare a interessarmi e a leggere articoli sulle birre artigianali. Al mio arrivo la scelta di birre alla spina al pub non andava molto oltre una stout (Guinness), una ale (Smithwicks) e una lager (Heineken, Carlsberg o Harp). All’epoca l’unico modo per gustare birre artigianali era frequentare i brewpub della città, ovvero pub che vendono birre da loro prodotte. A Dublino c’erano i quattro Porterhouse e il Mess Macguire. All’epoca non me ne fregava niente perchè ero appena arrivata, piena di entusiasmo per la Guinness.

Quando l’entusiasmo si è calmato, e mi è tornata la voglia di bere qualcosa di diverso, magari una gustosissima birra belga, mi sono accorta che effettivamente, salvo rari casi, non ce n’era la possibilità. Il momento in cui ho capito quello che ho personalmente definito il paradosso irlandese – il paese della birra con poche birre – è stato nel dicembre 2010, quando sono andata a festeggiare il Capodanno a Londra con mio fratello e un amico comune. Loro continuavano imperterriti a bere Guinness, che si trova anche in Italia ma qui al nord ha un gusto diverso (così si dice: io la Guinness italiana non me la ricordo più). Io invece di Guinness non ne volevo sentire parlare perchè ogni pub inglese aveva delle birre diverse, talvolta dai nomi o dalle etichette bizzarre, e io volevo provarne quante più possibili. Molte di queste erano gustosissime, assaporarle era un vero piacere.

La mia prima birra artigianale in Irlanda fu la Oyster stout nel lontano 2007, quando ancora non vivevo qui ed ero venuta a trovare un amico. Poi ci fu la O’Hara’s stout agli eventi aziendali. In entrambi i casi non fu una scelta, ma un sostituto di quel che avrei voluto ordinare (Guinness) ma che in quei pub non era disponibile. All’epoca il perchè non vendessero Guinness non mi era chiaro e mi indignavo. Ma il disprezzo non mi fece passare la voglia di bere.

Mi piacquero entrambe tantissimo ma appunto perchè le birre artigianali non erano per niente diffuse, non mi venne in mente di provare a chiederle in altri pub. Poi iniziai a vedere il marchio O’Hara’s in alcuni pub, ma invece della stout avevano la pale ale. La provai tanto per, e non mi entusiasmò, ma mi capitò di prenderla ancora perchè mi piaceva l’idea di bere qualcosa di diverso. Pian piano mi abituai al gusto della pale ale e ora lo trovo molto gradevole. Nel frattempo era scoppiata la rivoluzione, quella delle birre naturalmente, e mi ritrovai a voler bere ogni volta una birra diversa in base al mio umore.

Oggi il numero di spine in ciascun pub è considerevolmente aumentato e include sempre una o più birre artigianali. Altre sono disponibili in bottiglia. Sebbene ancora la fetta di mercato coperta dai birrifici artigianali sia minuscola rispetto al market share dei colossi multinazionali (circa l’1%), le previsioni la danno in crescita inarrestabile: 5% del mercato nel 2016. Hospitality Ireland, la rivista del settore ristorazione e bevande, è ancora più ottimista e prevede un 10% del mercato nel 2017. A partire dal 2007 il numero di birrifici artigianali è raddoppiato ogni anno. Nel 2013 si contavano 37 produttori di birre e sidri artigianali: di questi soltanto poco più della metà erano stati fondati prima del 2009. Chi se la cava con l’inglese potrà trovare conferma di quanto scrivo in uno dei numerosi articoli che sono stati pubblicati da quotidiani e da riviste di settore, per esempio questo.

Mentre il mercato interno cresce a ritmi tumultuosi, alcuni birrifici stanno iniziando ad esplorare nuove frontiere. In senso non figurato: l’export delle birre artigianali irlandesi è il prossimo passo in questo nuovo e redditizio business. Considerando che il mercato delle birre artigianali è in crescita in molti paesi, inclusi gli Stati Uniti che sono il primo paese a cui i birrai irlandesi guardano per espandere le vendite, le prospettive sono davvero buone. Portehouse ha già da anni aperto pubs a Londra e New York. Notizia recente (ottobre 2014), la Hilden Brewery, il birrificio artigianale più “longevo” dell’Irlanda del Nord, ha firmato un accordo commerciale per esportare le proprie birre nella Repubblica Ceca, un paese che si contende spesso il primato mondiale del consumo di birre.

Questa “craft beer revolution” ha tutta l’aria di non essere una moda o un trend passeggero. Io sto a guardare curiosa e speranzosa nel successo di queste piccole imprese, contribuendo con i miei soldi e i miei hangover alla nobile causa dell’artigianato alcolico. Faccio un tifo sportivo per questi miei nuovi eroi: i mastri birrai, paladini del gusto e delle cose fatte bene.

A voler essere pignoli una seconda volta, “craft beer renaissance” è un termine più appropriato di “craft beer revolution”: il “nuovo” fenomeno delle birre artigianali è in realtà un ritorno alle origini, quando le multinazionali non esistevano e la birra veniva prodotta in piccole quantità su scala locale. Sono un’accanita sostenitrice del produrre localmente. Il perchè non credo di dovervelo spiegare, e comunque non sarebbe l’argomento di questo post. Volevo solo dire che saluto questa rivoluzione come un qualcosa di estremamente positivo per l’Irlanda, sotto moltissimi punti di vista. Nuovi posti di lavori, sostegno all’economia locale, una nuova generazione di consumatori che preferisce la qualità alla quantità.

Un po’ con questo spirito missionario, un po’ per farvi conoscere un aspetto dell’Irlanda che forse sfugge ai turisti, ho pensato di scrivere una serie di post per introdurvi al mondo delle birre artigianali irlandesi. Vi consiglierò le mie preferite e i miei migliori pub dove gustare birre artigianali. Se avete curiosità contattatemi pure: se è qualcosa che non so sarò felice di informarmi per voi… e per me!

Una selezione di birre artigianali irlandesi fa bella mostra di sè nella mia cucina

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Comments

  1. Angelo says:

    È buffo che tu citi la Nuova Zelanda ed è buffo che tu la chiami ‘renaissance”, dato che proprio in NZ c’è una birra artigianale (buona) che si chiama Renaissance. Detto questo mi sembra che questa cosa delle birre artigianali stia prendendo piede un po’ ovunque, prima nei paesi anglosassoni, e anche in Italia adesso se ne trovano molte di più. Penso che come con bio, organic, barbe lunghe e biciclette d’epoca, anche craft beer sia un po’ una moda di passaggio. Una moda buona però!

  2. laragazzaconlavaligia says:

    Piu’ che altro e’ buffo che un neozelandese e un australiano si mettano a fare birre in Irlanda! E si’, con mia grande gioia le birre artigianali si stanno diffondendo un po’ ovunque.

    Dall’alto del mio alcolismo e dei miei inesistenti studi di economia prevedo che ci sara’ una crescita esponenziale durante la quale bere birre artigianali sara’ qualcosa di “cool”, appunto come comprare prodotti bio, eco, etc… o come bere birra Peroni in Irlanda (si, qui sei bevi la Peroni sei chic). Pero’ se e’ vero che questa moda passera’, lascera’ (spero) un’impronta indelebile e anche qui in Irlanda si potra’ essere certi di trovare una o piu’ birre locali in ogni pub.

    Io intanto per dare una patina di serieta’ al mio alcolismo mi sono iscritta a un corso di Beer Sommelier, e giuro che mi sono messa d’impegno con gli studi! Solo che invece che in libreria devo rifornirmi all’off license.

    Slainte! :)

  3. Walter Ricci says:

    Ciao , ho un’azienda che importa e distribuisce birra a Roma e nel Lazio , secondo te sarebbe possibile importare alcuni prodotti sia in fusti che bottiglia di birrifici artigianali irlandesi? Se è possibile mi puoi girare qualche contatto. A presto Walter

    1. laragazzaconlavaligia says:

      ciao Walter, questo è un dilemma contro cui io da consumatrice mi son spesso trovata a sbattere la testa. Le uniche birre artigianali irlandesi che al momento so essere distribuite in Italia sono le O’Hara’s, del birrificio Carlow Brewing.
      http://www.carlowbrewing.com/contact-us/

      Altre volte mi è capitato di trovare alla spina la Oyster Stout del birrificio Porterhouse.
      http://www.theporterhouse.ie/contact.php

      Credo che altri birrifici vogliano espandersi e iniziare a esportare, ma non so nulla di come funziona la distribuzione internazionale. Ho postato un messaggio sul forum di Beoir, un’associazione di consumatori irlandese. Il presidente ha molti contatti con birrifici per cui magari saprà dirmi qualcosa. Ti contatto appena ho news.

      Questa è la mia email, se vuoi scrivermi in privato: scrivimi@dublinoconimieiocchi.it

      Un saluto,
      Arianna

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