Diario #2

Secondo estratto dal mio diario del 2006. Ancora non leggevo travel blogs e non sapevo chi fossero i nomadi digitali, ma già sognavo una vita più “umana”, con orari flessibili e senza legami con un luogo specifico. Insomma, ero già nei miei desideri una lavoratrice freelance che grazie a un computer e a una connessione Internet può lavorare ovunque e permettersi così di viaggiare più a lungo.

A distanza di dieci anni sto ancora “lavorando” per realizzare questo mio sogno, ma è bello leggere i miei pensieri di tanto tempo fa e accorgersi che, fax a parte, non sono cambiati per niente.

lucciole

Lucciole

Quando ero piccola credevo che tutto il mondo fosse una pianura, con poche eccezioni che, in quanto tali, avevano un nome preciso (montagna). Non esisteva invece nella mia testa il vocabolo “pianura” perchè era come dire il mondo: l’onnicomprensivo non ha bisogno di essere definito. Ero anche convinta che Milano fosse il Veneto, e così buona parte delle città d’Italia, ad esclusione di quelle “palesemente” meridionali come Napoli, Bari, Palermo e di Roma, perchè è la capitale. Di Firenze non ho memoria: so che a mia madre piaceva molto, e quindi devo aver pensato che era in Veneto.

Poi, non so a che età (a scuola o a casa?) ho scoperto che Milano è in Lombardia. Fu un colpo. Per me fu peggio che scoprire la verità su Babbo Natale: a quella io e mio fratello ci eravamo arrivati da soli, già da un bel po’. Scoprii anche – e qui è merito dell’ora di geografia a scuola – che ci sono intere regioni, e persino nazioni, dove non c’è nemmeno una pianura. Il mondo di chi vive lì non è il mondo piatto in cui vivo io. Il loro occhio non è abituato a viaggiare all’infinito come il mio, a rincorrere un orizzonte che non troveranno mai. Il loro occhio è abituato a giocare a nascondino, a cercare il sole tra un monte o una collina. Mondi di linee rette, e mondi di linee curve.

Quando ero piccola riconducevo tutto al mio limitato bagaglio di esperienze. E così Milano stava in Veneto, il mondo era una pianura. Esisteva un’unica possibilità di vivere la mia vita, che era quella conosciuta. Ci sono persone che non ampliano il loro bagaglio di esperienze, e continuano a credere che l’unico modo di vivere la loro vita sia appunto quello che stanno vivendo. Non è neanche una loro convinzione o pensiero: semplicemente il problema non si pone, è così e basta. Non è che gli 0 o gli 1 di un sistema binario si chiedono come sarebbe fare la vita di un 8 o di un 9 in un sistema decimale. L’8 e il 9 sono possibilità che in un sistema binario non esistono. O sei 0 o sei 1.

La vita però non è un sistema binario. Esistono infiniti modi di esistere, e abbiamo pure la possibilità di scelta.

Non sono stata sempre ferma, e quindi ho potuto e voluto vedere tanti modi diversi di vivere la propria vita. Ho visto la vita nelle capitali. nelle grandi città, in città medie come quella in cui sono nata e vivo, in paesetti  della pianura padana, nell’isoletta da 8000 anime. Ci ho pensato su varie volte e ho sempre pensato che la mia dimensione fosse questa. Questa che vivo, la stessa che ho sempre vissuto. Ma perchè dev’essere per forza questa? Se penso a ciò che mi dà gioia, non è la città la mia dimensione. L’aria aperta, il rumore del mare, una notte fatta di luna e di stelle non di luci rossastre, il verde, gli alberi da frutto, le strade senza semafori o stop, senza automobilisti nervosi e arroganti. Questo mi dà gioia.

Ho visto una dimensione nuova in questi giorni, che mi era totalmente sconosciuta. Paesi sperduti nelle colline, a venti minuti dalla strada “grande”, quella che porta nelle città, e dal mare. Venti minuti di strada senza semafori, code, nervosismi. Essere ovunque in poco tempo, eppure vivere circondati dalla quiete e dalla bellezza. Potrei farlo. Non è un’idea balzana. Con il mio stipendio credo che riuscirei a mantenermi. Non dovrei nemmeno cambiare lavoro: organizzandomi, potrei fare il 95% del mio lavoro da casa, in qualunque punto del mondo, bastano un pc e una connessione a Internet. Magari comprerei anche un fax, che in certi casi potrebbe essere utile, e rassicurerebbe i miei capi. Il fax dà un’aria di serietà: fa tanto “ufficio”. Il 5% che necessita della mia presenza fisica in ufficio sarebbe la scusa per rituffarmi nella città, vedere la famiglia e i vecchi amici, darmi ai malsani hobby dello shopping e degli spettacoli, che presi a piccole dosi tanto male non fanno. Potrei lavorare quando ne ho voglia, crearmi i miei orari in libertà totale, e tutto il resto del tempo… vivere. Uscire, respirare, oziare al sole, giocare col mio gatto. E poi prendere la macchina e fare chilometri, tanti. Correre e correre, su e giù per le colline, senza una meta o un obiettivo, un qualcosa da fare, guidare solo perchè è bello e mi rilassa. Guidare per lasciare che gli occhi si bevano la bellezza. E la sera, tornata a casa, sedermi fuori al fresco per assistere al magico rito delle lucciole. Le lucciole: ecco cosa mi ricorderò di questi tre giorni. Era da anni che non le vedevo più. E lì invece tante, tantissime, così tante non ne avevo mai viste. La prima l’ho vista nel vialetto che portava al parcheggio dell’agriturismo. “Mamma, una lucciola!”. E poi un’altra, un’altra ancora… emergevano dal buio, inconsapevoli produttrici d’incanto. Nel buio del viale ne vedevo così tante quante sono le stelle nel cielo di una notte senza corrente elettrica. Ma non erano solo lì, erano dappertutto… le stradine si popolavano di questi insettini magici, folletti della notte che vivono la loro semplice vita, chissà quanto dura, chissà dove vanno poi la mattina… E mentre scrivo questo so che non lo farò, che resterò qui, ma non so dirvi perchè.

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