Il paradiso all’improvviso

Una lunga sequela di contrattempi non è stata in grado di rovinarmi la vacanza.

Bali arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio in solitaria. Dopo un anno di dubbi e tensioni. Dopo un viaggio durato due giorni e mezzo, 24 ore in più del previsto.

Le sfighe iniziano a venti minuti dall’atterraggio a Wuhan, scalo tecnico del mio primo volo verso Bali. Da lì dovremmo poi atterrare a Guangzhou, dove avrei preso il volo per Denpasar. A Wuhan però non atterriamo: causa maltempo l’aeroporto è chiuso e veniamo dirottati verso un aeroporto vicino.

Vabbè, tanto avevo dieci ore da aspettare all’aeroporto di Guangzhou!, penso.

Atterriamo ma non ci fanno scendere dall’aereo. Dal poco inglese che lo staff della China Southern Airlines è in grado di parlare, capisco che siamo atterrati su un’aeroporto nazionale, dove non c’è personale dell’ufficio immigrazione, e quindi non possiamo scendere.

Restiamo chiusi dentro l’aereo per 5 ore, senza sapere se e quando saremmo ripartiti. Ma non possiamo volare direttamente su Guangzhou?, chiedo gentilmente. E dal poco inglese capisco che non possiamo, perché un piccolo gruppetto di passeggeri deve scendere a Wuhan. Tutti gli altri stronzi hanno voli in partenza da Guangzhou. Qualcuno sa già di averlo perso; io, con le mie dieci ore di attesa, penso di potercela ancora fare.

Gli italiani, come sempre, si distinguono tra tutti: mentre gli altri accettano con dignità la sfiga, loro gonfiano il petto arroganti e iniziano a sbraitare. C’è chi invoca il sacrosanto diritto di fumare, un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla Dichiarazione universale; c’è chi minaccia di chiamare l’avvocato; c’è chi spera nella Farnesina (Siamo sotto sequestro, qui, dovranno venire a liberarci!). Qualcun altro la butta sul ridere e si fa aprire un paio di lattine di birra dalle hostess. La birra mi tenta, ma credo che l’alcol in questa situazione non sia una buona idea.

A qualunque richiesta o protesta il personale di bordo risponde con il tipico aplomb cinese, ovvero con la faccia sorridente di chi non ha capito un cazzo di cosa gli state dicendo e ti ripete come un pappagallo la solita filastrocca. “Tempo brutto, partire non possiamo” (però in inglese, eh).

Le ore passano e inizio a sperare che invece di andare a Wuhan voliamo direttamente su Guangzhou. Partiamo, con grida di entusiasmo dopo gli scleri delle ore precedenti, e ovviamente atterriamo a Wuhan, ma sono comunque contenta perché ci dicono che ripartiamo soltanto dopo un’ora. Ho ancora tempo.

All’aeroporto di Wuhan pare che nessuno sappia perché siamo lì e dobbiamo aspettare che arrivi una hostess di terra che conosca la nostra situazione. Restiamo chiusi, pardon sequestrati, al gate di imbarco per più di tre ore. Ce la posso ancora fare… un po’ tirata, ma ce la posso fare.

Quando ci fanno imbarcare, penso che ormai ce l’ho fatta, ma avevo fatto i conti senza l’oste. Restiamo sequestrati in aereo per un’ora, motivo? Dobbiamo aspettare due passeggeri. Bene, mi dico, aspetteranno anche me allora, no?

Ovviamente no, non mi aspettano. L’aereo da Wuhan atterra a Guangzhou alle 18.55; il mio volo per Bali parte alle 19.10. Non me lo fanno prendere. Quando sbarchiamo, una hostess di terra ha un mazzo di nuove carte d’imbarco che si mette a distribuire ai malcapitati passeggeri. Quelli che hanno sbraitato più di tutti vengono imbarcati su un altro volo la sera stessa, per tutti gli altri hanno trovato un volo la mattina successiva. Io che non ho mai protestato son l’unica sfigata che rimane bloccata in Cina per un giorno intero: davvero, viviamo in un mondo ingiusto.

La compagnia aerea ci paga l’hotel, un pacchianissimo 5 stelle business che mi fa rivoltare lo stomaco. Quando arriviamo in hotel sembriamo una scolaresca alla prima gita. Strano, con tutto quel che mi è capitato non sono incazzata, non sono nervosa, non sono triste. E pensare che in altre occasioni mi ero agitata per molto meno!

hotel 5 stelle cina

Di visitare Guangzhou non ho alcun interesse. Rimango a letto fino a mezzogiorno, mangiucchio qualcosa, scribacchio qualcosa. Non ho accesso a Gmail, Google e Facebook e quindi non posso lavorare, in compenso però funziona Whatsapp. Chiedo al mio ragazzo di contattare la guesthouse a Bali e dirgli di tenermi la stanza anche se arrivo un giorno in ritardo. Gli rispondono che non c’è problema.

Tutto a posto, allora. Con molto anticipo (perché non si sa mai) vado in aeroporto. Le ore di attesa passano velocissime, e così quelle del volo. All’arrivo a Denpasar devo prendere un taxi, perché ovviamente l’autista che avevo prenotato si era presentato all’aeroporto il giorno prima (no, questi non sono riuscita a contattarli). Prendo un taxi della compagnia ufficiale dell’aeroporto: un vero salasso, più del doppio di quello che avevo pagato prenotando online. E’ l’una di notte e sono stanchissima, non ho voglia di contrattare il prezzo, tanto non me lo avrebbero mai abbassato.

Arrivo alla guesthouse alle due di notte, i cancelli sono chiusi, le luci spente e non c’è campanello. Faccio un po’ avanti e indietro per vedere se c’è un’entrata secondaria, dopodiché a bassa voce inizio ad invocare C’è nessuno? Poco dopo viene ad aprirmi un addetto alla sicurezza, scusandosi.

Adesso è tutto a posto, penso. Ma ovviamente no, non lo è. Il portiere di notte non trova la mia prenotazione, gli faccio vedere la conferma stampata e mi dice “Ah, ma dovevi arrivare ieri! Eh la stanza non è più disponibile, adesso abbiamo questa qui” e mi indica un numero scritto su una lavagna. E’ il prezzo della stanza: più del doppio di quello che avrei dovuto pagare.

Protesto, dico che erano stati avvisati e avevano pure confermato di aver ricevuto la comunicazione del mio ragazzo. Inizio a parlare gentilmente, poi più passa il tempo e più divento italiana anch’io. Non arrivo a invocare l’intervento della Farnesina, ma alzo la voce, più per stanchezza che per rabbia. Mi fanno parlare al telefono con il manager, che è poco disposto a collaborare, forse perché l’ho fatto tirare giù dal letto nel bel mezzo della notte. Il compromesso a cui arriviamo è che mi danno la stanza disponibile senza farmi pagare e la mattina dopo sistemo tutto col manager, intanto tengono in ostaggio il mio passaporto. Ok, fatemi dormire.

La mattina dopo una sorridente receptionist si scusa e mi dice che effettivamente è stato un errore dello staff. La mia stanza c’è, è quella in cui ho dormito, e la pago quanto era indicato nella mia prenotazione.

Da lì è iniziata la mia vacanza. Non sono finite le sfighe, c’è da aggiungere (almeno fino alla data in cui scrivo: ho ancora più di tre settimane da trascorrere qui a Bali) il blocco del bancomat da parte della mia banca e il casino per riuscire a chiamare senza spendere una follia, una collezione di vesciche ai piedi che mi fa zoppicare e un virus dispettoso che ha messo ko per un giorno (o più, a seconda della sfiga) tutti gli ospiti della guesthouse, me compresa.

Eppure… nel momento in cui ho avuto la stanza la mia vacanza è iniziata e da lì è stata solo gioia. Mi sento in un totale stato di grazia, è come se stessi vivendo un film di cui io stessa ho scritto il copione.

spiaggia a canggu, bali

La vita che sto facendo in questi giorni è semplice: una buona colazione, lavoro, spiaggia, yoga, una cena leggera, un libro. Sono attorniata dal verde, il mio ufficio è un capanno di bamboo o il baretto della guesthouse. Le persone che mi passano intorno sono sempre sorridenti, anche quando raccontano le vicissitudini al cesso della notte precedente! La notte ascolto la pioggia e le rane.

E’ come se avessi completamente disconnesso con la mia vita quotidiana e avessi trovato una me stessa che sapevo esisteva, ma non sapevo dov’era.

tramonto in spiaggia a canggu, bali

Potrei fare questa vita per mesi, come già fanno tante altre persone. Viaggiare non è una cosa da ricchi, è per chi lo vuole, punto.

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