La Thailandia di Elisa Macellari

Elisa Macellari è un’ illustratrice italo-thailandese. Nata a Perugia, oggi vive a Milano. Ho avuto il piacere di conoscerla durante la presentazione della sua prima opera a fumetti, il (o la?) graphic novel Papaya Salad, presso la libreria Mannaggia di Perugia.

Il libro racconta la storia del prozio di Elisa, Sompong, che dalla Thailandia arriva in Europa in un momento cruciale per la Storia con la S maiuscola, ovvero lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Intendiamoci, non è un libro SULLA Thailandia, eppure a me è sembrato che il paese fosse uno dei personaggi della storia. Ricco di fantasia, gusto estetico, folklore, tradizioni, profumi e sapori.

Papaya Salad ha suscitato molto interesse e Elisa Macellari ha già concesso diverse interviste. La mia è un po’ particolare perché invece del suo fumetto le ho chiesto di parlarci proprio della Thailandia e di aiutarci a vederla con occhi diversi, di andare oltre gli stereotipi dei tour operator.

Leggete l’intervista e poi, senza pensarci un secondo, acquistate il libro.  Ne rimarrete incantati.

Che ricordi hai della prima volta che sei stata in Thailandia?

La prima volta che sono andata in Thailandia avevo 4 anni. Il mio è un ricordo sensoriale, più olfattivo e di gusto che visivo.

Il primo elemento che è arrivato ai miei sensi è stato il calore: era dicembre ed eravamo partiti dall’Italia con il freddo per cui usciti dall’aeroporto ho avvertito una gran vampata. Anche l’odore dell’aria era totalmente differente, un misto di spezie, smog e spazzatura marcia.

E poi i sapori di cibi che non avevo mai mangiato prima. Il coriandolo, il latte di cocco, lo zenzero, il curry, i noodles. Le consistenze e gli aromi che ti salgono nel naso.

L’altro ricordo che mi è rimasto impresso è il contatto con il pavimento. A casa dei miei parenti c’era il parquet e io ricordo la sensazione di camminare sentendo sotto i piedi scalzi il legno. Questo contatto diretto con la terra mi è piaciuto e mi piace tuttora moltissimo. In ogni casa o tempio si cammina a piedi nudi e si ha un contatto ancora più forte con lo spazio.

Com’è cambiata la Thailandia da quel primo viaggio al tuo viaggio più recente?

Il mio ultimo viaggio è stato ad agosto 2018 e ho trovato Bangkok sempre più pulita e più ordinata. A livello igienico c’è stato sicuramente un miglioramento, ma dal punto di vista della tradizione folkloristica si sta perdendo tanto. Ci sono sempre meno baracchini street food, si mangia sempre più nei centri commerciali e nelle food court.

In un’altra intervista parlando della Thailandia dicevi “la fede si intreccia con elementi di animismo e superstizione che convivono in tradizioni e folklore ancora oggi molto sentite.” Ci racconti una tradizione o un’usanza thailandese a cui sei legata oppure che trovi particolarmente carina o curiosa?

La mia famiglia ha un’impronta abbastanza occidentale in realtà, è vero comunque che anche se in casa mia non c’è una tradizione particolare che viene vissuta in maniera forte gli elementi di animismo e superstizione di cui parlavo nell’intervista li senti sempre quando sei in Thailandia e in qualche modo li vivi quotidianamente.

Sicuramente sono legata agli elementi che ho inserito nel libro, come le case degli spiriti fuori da ogni edificio a cui si porgono le offerte di cibo e bevande. Questa usanza ha senz’altro origine in una superstizione, ma in questo io vedo anche il rispetto verso un luogo e una dimensione ultraterrena.

Se dovessi indicare una sola differenza culturale tra Italia e Thailandia, quale ti verrebbe in mente per prima?

Penso il senso di colpa. L’Italia è un paese ancora cattolico di base, mentre in Thailandia sono per il 90% buddisti e quindi hanno un altro senso della vita, un lasciar andare le cose e viverle nel loro flusso. Da lì secondo me la differenza principale, che emerge poi in tanti aspetti della vita.

Un’altra grande differenza è che in Thailandia c’è molta solidarietà. Ho viaggiato da sola zaino in spalle e non mi sono mai sentita in pericolo e in casi in cui ho avuto bisogno di aiuto ho sempre trovato qualcuno disposto a darmi una mano.

Leggendo il tuo libro ho avuto l’impressione che la cultura del cibo in Thailandia sia molto conviviale, proprio come quella italiana. E’ così? Cosa trovi di simile e di diverso nel rapporto col cibo nelle due culture?

In Thailandia la convivialità a tavola è ancora più forte perché viene arricchita dall’elemento della condivisione. I cibi vengono messi al centro della tavola, a disposizione di tutti. Non c’è una divisione del pasto come in Italia con antipasto, primo e secondo, ogni portata è sullo stesso piano e tutti si servono dallo stesso piatto centrale. In questo vedo un pensare all’altro e l’attenzione che tutti ne abbiano un po’.

Secondo te qual è l’aspetto della cultura thailandese più difficile da cogliere durante un classico viaggio per turismo?

Il mio giudizio è viziato da tanti viaggi e dal fatto di non aver mai vissuto la Thailandia in maniera strettamente turistica, ma provo a risponderti ugualmente.

La prima cosa è che tutti chiamano la Thailandia il paese del sorriso. In effetti è vero che i thailandesi hanno un atteggiamento positivo nei confronti della vita e sono molto capaci di ridere di loro stessi, prendersi in giro, loro lo chiamano “sanuk”. Non so se questo arriva ai turisti in modo autentico.

Una cosa che credo sia difficile da notare durante una breve vacanza è una caratteristica che differenzia notevolmente la Thailandia dai paesi limitrofi, ovvero non è mai stata colonizzata.

La colonizzazione ha reso i popoli vicini più sospettosi nei confronti degli stranieri, mentre i thailandesi sono molto aperti, senza timori. L’apertura verso gli stranieri non va a scapito della loro cultura ed economia, che i thailandesi cercano comunque di proteggere in vari modi, ad esempio applicando prezzi diversi per stranieri e locali.

Ti vengono in mente località thailandesi poco note che per te sono interessanti da visitare?

Sì, un posto magico al nord vicino a Chang Mai che si chiama Chiang Dao. Ci sono capitata per caso, eravamo in giro in motorino e ci siamo fermati perché ci sembrava un bel posto. Il punto preciso di cui ti parlo si trova sulle colline ed è un tempio in mezzo alla giungla. Siamo arrivati al tramonto e siamo saliti in cima, anche se non è consigliato avventurarsi quando si avvicina la notte. E’ stato meraviglioso, abbiamo visto la foresta immersa nella nebbia colorata dall’ultimo sole. Nonostante i mille rumori che abbiamo sentito mentre scendevano, meritava davvero!

Un’esperienza bellissima da fare è essere in prossimità di caverne con i pipistrelli nel momento in cui questi escono per la caccia. E’ qualcosa di incredibile, impossibile da descrivere: per circa mezz’ora siamo stati a guardare i pipistrelli che uscivano, come un nastro continuo nel cielo. Non è facile trovare il momento giusto, ma vale la pena provare.

Un altro posto che amo e che probabilmente non è molto noto ai turisti si trova a Bangkok ed è il mercato coperto vicino all’università, vicino al mercato degli amuleti. È il luogo dove vanno a mangiare gli studenti: un posto molto local, con un ristorantino lungo il fiume dove fanno un ottimo pesce gatto fritto. Perfetto per sentirsi totalmente immersi nell’atmosfera.

Ho letto in una tua intervista che alla presentazione del tuo libro al Treviso Book Comic Festival 2018 volevi portare degli elementi thai che avevi recuperato nel mio ultimo viaggio a Bangkok. Quali erano?

Ho portato diversi oggetti. Uno era una maschera della mitologia thailandese raffigurante Hanuman, il dio scimmia: è tipica del Ramakien, la versione thai del Ramayana, il poema epico indiano. Quella che ho portato io era una versione in plastica certo esteticamente meno bella rispetto a quelle più tradizionali, ma mi piaceva l’elemento pop mischiato con l’elemento tradizionale.

Ho portato poi gli incensi tipici bruciati in tutti i templi, un piccolo pezzo di stoffa in cui è rappresentata la Dea della Fortuna (un personaggio mitologico che compare anche nel libro) e un portaofferte di plastica dorato dove sopra ho messo una papaya vera.

Ho portato anche dei bastoncini con pezzettini di cannuccia di plastica tagliati per formare dei fiori. In Thailandia vengono usati per tenere le banconote delle offerte che si fanno al tempio.

Domanda a sorpresa: cambiamo totalmente scenario. Che rapporto hai con la tua città natale, Perugia? Potrebbe diventare l’ambientazione di un tuo fumetto?

Sì potrebbe, perché fa parte di me. Ho avuto un rapporto più di odio che amore con Perugia, mi sono sempre sentita un pesce fuor d’acqua ma forse questo sentimento veniva più da me che dalla città. Quel che mi ha fatto sentire male di Perugia è l’isolamento. I trasporti e le possibilità di spostamento sono molto limitati; anche a livello artistico non c’era molto altro se non la Galleria Nazionale dell’Umbria. Nel contemporaneo c’era molto poco, chi possono essere i tuoi interlocutori se sei un artista oggi?

Quel senso di isolamento era molto forte. Non so se poi questa doppia provenienza culturale mi abbia fatto sentire diversa. Comunque avevo bisogno di stimoli e di un confronto con il resto del mondo, questo è il motivo principale per cui me ne sono andata.

Negli ultimi anni fortunatamente le cose sono cambiate e spero che ora ci sia un terreno fertile per la creatività.

E con Milano, la città in cui attualmente vivi?

Adesso direi molto buono. I primi due anni sono stati difficili, prima di Milano vivevo a Torino. Milano non è estremamente accogliente, le persone sono un po’ brutali; se una cosa non serve te la dicono in modo diretto, e io a questo non ero abituata.

L’aspetto estremamente positivo di Milano è che una città stimolante, con tante mostre, gallerie, concerti. È piena di cose da fare. Mi piace anche la vita di quartiere, ho tutto quel che mi serve qui intorno.

A Perugia non avevo capito l’importanza del design. L’ho capito vivendo qui, essendo circondata da architetture e oggetti che parlano del presente.

Siamo alla domanda finale. È banale e scontata, lo so, ma la curiosità è troppo forte: il tuo piatto preferito della cucina italiana e della cucina thailandese?

Della cucina italiana mi piacciono le paste ripiene, soprattutto i ravioli di qualsiasi tipo: zucca, spinaci, funghi, pesce.

Della cucina thailandese il mio piatto preferito è la tom yum kung, una zuppa speziata con i gamberi. E poi il classico pad thai.

Io avrei finito con le domande, c’è qualcosa che vorresti aggiungere?

Della Thailandia vorrei sottolineare ancora che è un paese molto facile da girare. A differenza di altri paesi asiatici dove è più complicato essere autonomi, penso ad esempio alla Cina, in Thailandia con un motorino in affitto puoi andare veramente dappertutto.

Il mio augurio per il futuro della Thailandia è che i thailandesi riescano a conservare le loro tradizioni e il loro folklore, trovando una mediazione con la globalizzazione.

Infine, un tratto che amo molto dei thailandesi e in particolare dei giovani è la loro parte creativa. Ci sono artisti thailandesi che lavorano con successo a livello internazionale: riescono ad essere attuali e a dare un apporto importante al fermento culturale contemporaneo mantenendo la loro estetica thai. Designer di vestiti e di oggetti che mescolano la loro abilità artigianale e il senso estetico. Giovani che hanno tanta voglia di fare. Questo ti dà una grande carica.

Ciao Elisa, grazie per il tempo che ci hai dedicato!

copia autografata di Papaya Salad

 

Per saperne di più su Elisa Macellari e Papaya Salad

Non vi ho parlato del libro di Elisa Macellari perché come vi dicevo ci sono già numerose recensioni e interviste online. Qui di seguito vi riporto quelle che personalmente ho trovato più interessanti.

Il sito ufficiale di Elisa è Elisamacellari.com. Potete seguirla anche su Facebook e Instagram.

“Papaya Salad” è disponibile anche su Amazon.

Nello studio di Elisa Macellari

LuccaCG18, BAO: intervista a Elisa Macellari, autrice di Papaya Salad

La Thailandia, l’amore e un viaggio nella Storia. Ecco Papaya Salad di Elisa Macellari

Papaya Salad

Papaya Salad, la recensione

 

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