Perché non sono diventata travel blogger

C’è ancora gente – e non poca – convinta che questo blog sia il mio lavoro. Mi è capitato varie volte di venire presentata così: “Lei è la Arianna, fa la travel blogger“. E io aggiungo subito, sia mai che mi appropri di un titolo che non mi spetta: “No, no, il blog è solo un hobby”.

Cosa distingue un travel blogger professionista da uno che lo fa per passione? Semplice: il primo paga le bollette con i soldi guadagnati grazie al blog, il secondo no. Io faccio parte della seconda categoria: mi pago le bollette facendo altro, cioè questo, e scrivo il blog nel tempo libero, quando e se mi va di farlo. Gli unici guadagni che ho da questo blog sono le affiliazioni e con quelle ci pago giusto le spese annuali di hosting e qualche serata al cinema.

Sarei ipocrita se vi dicessi che non ho mai accarezzato l’idea di lavorare come travel blogger. Più volte sono stata tentata dal sogno di farmi pagare per viaggiare. Chi non lo vorrebbe? Mentre gli altri stanno in ufficio tu te vai in giro a vedere posti nuovi, e ti pagano pure. Che figata.

Non sono pochi i giorni in cui mi dico che sono un’idiota a non provarci, ma dentro di me so che non l’ho fatto perché non è veramente ciò che voglio.

Se avete curiosità e pazienza leggete oltre e vi spiego meglio da dove viene questo perché.

Essere pagati per viaggiare: un sogno

Di gente che è riuscita a farsi pagare viaggi ne ho vista tanta e a volte mi son chiesta: “Ma come fanno? Davvero c’è gente che li paga per scrivere ‘ste robe qua? Se pagano loro perché io non posso farcela?”.

L’episodio più recente di “Davvero son l’unica imbecille che non riesce a farsi pagare niente?” è andato in onda nel mio canale TV personale poche settimane fa.

Stavo ricercando informazioni per un articolo commissionatomi da un cliente su Abu Dhabi e mi sono imbattuta in un blog. In un post sulla capitale degli Emirati Arabi Uniti l’autrice elencava tutta una serie di esperienze favolose, compreso un massaggio con olio di diamante (!) nella spa di un hotel superlusso. Aveva visitato la città su invito dell’ente del turismo, il quale aveva pagato tutte le spese di viaggio e soggiorno, con tanto di volo in prima classe e il sopracitato massaggio strafigo.

Un viaggio intero pagato con tanto di volo in prima classe e massaggio strafigo: e quando mai? Le uniche cose che sono riuscita ad avere gratis grazie a questo blog sono un viaggio di 4 giorni in Slovenia e un libro. Ho rifiutato le altre proposte che mi sono arrivate da enti del turismo e agenzie di marketing perché erano semplicemente ridicole.

Eh sì, sarebbe bello andare in giro per il mondo a spese di altri, senza doversi preoccupare di tenere sempre sotto controllo il budget della vacanza. Sarebbe, ma nessuno dà niente per niente.

Viaggiare per lavoro: che stress

Il più diffuso malinteso sui blogger di viaggio è immaginarli come dei fortunati vincitori alla lotteria che possono permettersi di starsene in spiaggia a bere cocktail pagati dagli enti del turismo o dagli hotel giusto per scrivere un articoletto e qualche post, roba che richiede una o due orette di lavoro che si può fare anche in spiaggia tra un cocktail e l’altro.

La realtà è molto diversa e non sto qui a raccontarvela perché ci sono fiumi di articoli in rete che descrivono la vera vita di un travel blogger.

Il succo della questione è che se sei un travel blogger professionista il viaggio diventa il tuo lavoro e questo cambia radicalmente il tuo modo di viaggiare. Il che non significa che non possa piacerti, ma è sicuramente diverso da una vacanza che ti sei organizzato per tuo svago.

E qui viene il punto cruciale: il modo di viaggiare richiesto dal blogging professionale è profondamente diverso dal MIO modo di viaggiare. Sottolineo “mio” per far capire che non sto dicendo che è il migliore o quello giusto in assoluto, è il migliore (e, lasciatemi dire, anche il più giusto) per come sono fatta io, per i valori in cui credo, per i desideri che voglio realizzare.

Insomma è bella l’idea di essere pagati per viaggiare, ma non mi piace la sua realizzazione concreta. La verità è che quando guardo ciò che fanno i travel blogger professionisti senza farmi abbagliare dalla figata del viaggio a scrocco non mi capita mai di desiderare di essere al loro posto.

vita da Nomadi Digitali

La travel blogger che non voglio essere

Certi esempi sono stati illuminanti per me.

A dicembre 2019 una coppia di bloggers autori di un travel blog specializzato in viaggi a piedi e che hanno iniziato a organizzare viaggi di gruppo dichiaravano entusiasti di aver preso più 40 aerei in un anno. Più di QUARANTA! Vuol dire quasi uno a settimana!

Altro che entusiasmo: a me viene l’angoscia a pensarci. Mi esaurivano i circa 8 voli all’anno che prendevo quando vivevo all’estero e l’anno scorso mi sono impegnata- riuscendoci – a trascorrere 12 mesi senza prendere un aereo. Figuriamoci come mi sentirei se dovessi cominciare a prendere un aereo a settimana.

Un altro bilancio di dicembre che mi fatto molto riflettere è stato scritto un paio di anni fa (era il 2017 o 2018?) da una famosa travel blogger italiana. Nell’articolo confessava di essere molto stanca per i troppi spostamenti, di cui dava un resoconto dettagliato.

Ora i numeri esatti non li ricordo, perdonatemi ma è passato molto tempo, quel che mi è rimasto impresso nella memoria è che ad esclusione di una o due vacanze di una settimana o poco più si trattava sempre di viaggi brevissimi da 3 o 4 giorni. TRE O QUATTRO GIORNI, i viaggi corti che io da tempo sto cercando di eliminare completamente.

E come se la quantità e la durata dei viaggi richiesto dal blogging professionale non fosse sufficiente a fare di me una pessima candidata per questa professione c’è anche la questione dei contenuti del blog.

Quando scrivi su commissione devi scrivere qualcosa che agli occhi di chi ti ha pagato giustifichi l’investimento. Spesso nella pratica questo si traduce in formule consolidate:

  • articoli del tipo “XYZ cose da fare a…”, “Le cose da vedere assolutamente a…”, “Itinerario per un weekend a…”
  • video storytelling in cui il/la blogger si fa riprendere mentre mangia, mentre visita le attrazioni top, mentre sale sul treno, mentre sale in barca, mentre… mentre… mentre… Il video, naturalmente, fa ampio uso di riprese col drone e time lapse; si può sopperire alla mancanza dell’uno o dell’altro con una gran quantità di faccine simpatiche.
  • post Instagram con la foto che ritrae la blogger, più raramente il blogger,  in posa davanti al monumento famoso o a una vista panoramica. Se è foto in spiaggia la blogger è rigorosamente in costume con mano sul fianco o tra i capelli modello sirenetta oppure va tanto di moda il salto al “guarda che figo, sto viaggiando!”. La foto è rigorosamente ritoccata con filtri e filtrini.

In uno dei pochi blog tour a cui ho partecipato ho avuto modo di vedere come si comportano i travel blogger professionisti. Non di rado durante il tour quelli “seri” (cioè quelli che campavano di blogging, diversamente dagli amatoriali che semplicemente erano lì per farsi una vacanza gratis) abbandonavano la visita guidata a cui stavamo partecipando o il pranzo o il relax in piscina per scattare foto o fare riprese.

Mica erano stupidi. Erano persone serie. Facevano il loro lavoro e, lasciatemelo dire, lo facevano bene (ho visto poi le foto: stupende!).

Per queste persone il racconto del viaggio diventa il viaggio stesso: non c’è tempo per ascoltare la storia di un castello raccontata dalla guida, assaporare un piatto o farsi massaggiare il corpo dall’acqua calda. Il tempo serve a produrre lo storytelling che richiede il committente e per il quale si viene pagati. È uno storytelling da fare per la maggior parte, azzarderei oltre l’80%, in tempo reale con post, video e stories da pubblicare su Facebook e su Instagram durante il viaggio.

Oddio, solo a parlarne mi sale l’ansia.

Mi ricordano molto le persone che vanno ai concerti e passano tutto il tempo a riprendere il concerto con il cellulare per poterselo riguardare a casa. Ok, ce l’avrai per sempre, ma quel che avrai è il ricordo di qualcosa che non hai vissuto.

Al di là se sia giusto, sensato, bello, un viaggio di questo tipo a me non procurerebbe nessuna gioia.

Tutto questo sarebbe sufficiente per abbandonare l’idea di guadagnarmi da vivere facendo la travel blogger, ma c’è dell’altro.

Una volta ho vinto una consulenza gratuita con un web developer per migliorare il mio tema WordPress. Il tizio in questione mi dice che vede delle grandi potenzialità nel mio blog, ma dice che per farlo crescere devo puntare di più su marketing, social e SEO. Sì, certo, sarebbe esattamente quello che farei se decidessi di trasformare il mio hobby in lavoro.

E qual è la pillola di saggezza marketing che il tizio mi elargisce? Pubblicare nel mio canale Youtube video in cui faccio vedere cosa mangio.

TONC… rumore di maroni che cadono a terra

Al di là di un paio di questioni, ovvero:

  1. Il cibo è la parte che mi interessa meno in un viaggio. Mi piace mangiare e sperimento sempre cibo locale ma ho zero interesse per i ristoranti. Mi arrangio con lo street food, cose cucinate in ostello e qualche sporadica cena in economiche taverne. Raramente mi concedo una cena al ristorante e quasi mai è fonte di gioia.
  2. Non ritengo il cibo un argomento interessante di conversazione.
  3. Di conseguenza, troverei noiosissimo fare video per mostrare cosa mangio.

… c’è davvero bisogno di altri video in cui il/la blogger di turno mostra quello che mangia? Non ne è già pieno il web? Perché dovrei mettermi a fare qualcosa che già fanno in tantissimi, e alcuni di loro anche molto bene?

Proseguiamo oltre.

C’è un’altra faccenda da considerare, e l’esempio mi viene proprio dall’articolo su Abu Dhabi. Il blog in cui sono incappata è ben curato, ha contenuti scritti bene, niente errori di grammatica o refusi, belle foto, bella grafica. Nessuna traccia della sciatteria che caratterizza gran parte dei blog che infestano la rete. Ma in quell’articolo c’è forse il nodo cruciale del mio non aver perseguito la strada del blogging professionale: dover descrivere – e il committente auspica anche il promuovere – attività che sono contrarie ai miei principi.

Leggendo quel post scritto bene sono venuta a conoscenza del dune bashing, un’attività che viene inserita nei tour del deserto con partenza da Abu Dhabi o Dubai. La blogger la descrive come un’esperienza divertentissima, io la trovo agghiacciante.

In pratica si tratta di andare nel deserto con un 4×4, e già questo per me è cosa da non fare per i motivi che vi ho spiegato qui. Arrivati nel bel mezzo delle dune l’autista inizia una guida spericolata fatta di accelerazioni improvvise e testa coda al solo scopo di far divertire i turisti. Il semplice passaggio delle auto rovina il delicato ecosistema del deserto, vi immaginate i danni che può fare un’attività di questo tipo ripetuta tutti i giorni da più fuoristrada (a cui si aggiungono anche quad e buggies)?

Essere pagata per fare viaggi in cui partecipo a divertentissime-esperienze-assolutamente-da-non-perdere di questo tipo non sarebbe una figata: sarebbe frustrante e umiliante.

Preferisco pagarmi i viaggi di tasca mia, e farli come piace a me.

Farò bene o farò male?

Non è tutto oro quel che luccica, e vale anche per i travel blogger

Il favoloso mondo del travel blogging è davvero così dorato da desiderare di entrarci a tutti i costi?

La mia esperienza mi ha insegnato che l’etichetta “travel blogger” è un ampio ombrello che accoglie realtà molto, moooolto diverse tra loro, comprese alcune che non mi piacciono per niente.

Partecipando a un blog tour ho scoperto che non tutti i travel blogger indicano chiaramente quando i viaggi vengono fatti su commissione di un ente, un’azienda o un’organizzazione che paga. Bisogna essere un po’ sgamati per capire che questi soggetti consigliano un hotel perché ci hanno dormito gratis o che sono andati in una località sconosciuta spinti da un interesse economico e non da una curiosità disinteressata.

Sia chiaro, non ci vedo niente di male nel farsi pagare, ma trovo altamente scorretto non renderlo evidente ai lettori perché inevitabilmente il fatto di avere dei servizi gratis influenza l’opinione che si ha di quei servizi. Senza addentrarsi nella normativa di legge, io credo che ci siano degli obblighi morali di onestà verso i lettori.

Un’altra scoperta, molto più sconcertante, è stata quella dei travel blogger finti viaggiatori indipendenti: gente che scrive online di viaggi organizzati da soli facendo i galletti che non hanno bisogno di agenzie o tour operator quando in realtà i viaggi se li fanno organizzare proprio dalle aziende che sbeffeggiano. Perché lo fanno? Immagino perché fa più figo dire di essere capaci di far tutto da soli.

Ecco, io non voglio fare né una cosa (essere sempre di qua e di là senza avere il tempo di apprezzare un luogo) né l’altra (fingermi per qualcosa o qualcuno che non sono).

La mia opinione sui travel blogger è dunque tutta negativa?

Assolutamente NO. Come accade per ogni altro lavoro c’è chi il blogger lo fa bene e chi lo fa male, c’è chi è onesto e chi è disonesto.

Il fatto che io non voglia fare questo lavoro non significa che disprezzo questo lavoro. C’è gente che lo fa molto bene e onestamente e io ho stima di queste persone.

Di’ la verità: proprio non faresti la travel blogger?

Dopo tutti questi bei discorsi idealistici, devo confessarvi che non mi è passata del tutto la voglia di fare la travel blogger. Di nuovo, sarei ipocrita se vi dicessi il contrario. Ci sono ancora giorni in cui mi dò dell’imbecille perché gli altri riescono a viaggiare gratis e io no.

Rimane però il fatto che non sono disposta a farlo alle condizioni che vi ho descritto qui sopra, che sono però le condizioni standard che bisogna accettare per fare questa professione. Ogni lavoro ha le sue logiche e le sue dinamiche, queste sono quelle del travel blogger.

E dunque?

Dunque mi tengo il mio lavoro e continuo a scrivere il blog per hobby. Gli dedico molto meno tempo di quel che si meriterebbe, ma il tempo trascorso a scrivere è 100% piacere e non implica scendere a compromessi con i miei valori.

Il mio ragazzo dice che io non sono una “travel blogger” ma una “travelling blogger”: non una che viaggia per scrivere un blog, ma una che scrive un blog mentre viaggia e lavora. Non so se sia una definizione accurata però mi ci sono affezionata :)

Valuto proposte, a modo mio

Mi piacerebbe, questo sì e davvero tanto, poter collaborare con enti del turismo, altri operatori del settore turistico o altri soggetti per progetti in cui credo: progetti che promuovono i temi che mi stanno a cuore come la mobilità sostenibile, il turismo responsabile, il viaggiare lento.

Delle collaborazioni una tantum, insomma, non il mio lavoro full time ma esperienze da infilare tra un content e un altro dei miei clienti a cui dedicarmici con passione e impegno. Questo sì, mi piacerebbe e lo farei bene.

Ma perché mai qualcuno – magari proprio tu che leggi – dovrebbe rivolgersi a me?

Non sono una blogstar e non mi interessa diventarlo, ma ho il mio piccolo seguito di affezionati lettori e ho già aiutato centinaia di persone a organizzare la loro vacanza o il loro trasferimento all’estero,  a preparare esami di inglese o da beer sommelier, a prenotare una stanza d’albergo senza prendersi fregature.

Se hai un’idea per un progetto che rientra nelle tematiche a cui sono sensibile parliamone insieme, valutiamo se una collaborazione può essere proficua per entrambi. Io non ti offro i grandi numeri di followers e di impressions delle blogstar, ma posso garantirti una voce sincera, onesta e fresca, diversa da quella di tanti format già presenti sul web.

Prima di contattarmi tieni presente questo. Quando lavoro chiedo di essere pagata perché se non c’è guadagno non è lavoro, è hobby. Vedi tu se mi vuoi offrire un lavoro o un hobby, ma considera che la quantità di tempo che posso dedicare a un hobby è decisamente inferiore a quello che posso dedicare a un lavoro.

Giusto per chiarire questo punto: la vacanza gratis non vale come compenso perché con quella non ci pago le bollette. Quindi, se ciò che mi offri è solo una vacanza gratis avrai da me articoli e post scritti per hobby e non per lavoro.

Potrei valutare di lavorare gratis – quindi impegno da lavoro a fronte di niente in più della vacanza gratis – solo in particolari occasioni, solo se c’è un valore per me e in condizioni simili a quelle descritte/suggerite da ACTA – L’associazione dei freelance.

Sappi che ho già detto di no a tante markettate e continuerò a farlo: puoi dare un’occhiate ad alcune tra le peggiori proposte che ho rifiutato.

I miei contatti li trovi qui.

Un’altra possibilità

Se le collaborazioni non arrivano, ipotesi altamente probabile, potrei pensare di creare qualcosa di mio. In fondo come freelance mi sono già inventata un lavoro, no? Si tratta di tirare fuori le idee e rimettersi in gioco.

Alla data di oggi mi manca il coraggio, ma qualcosa dentro di me mi dice che lo troverò.

Ti è piaciuto quest'articolo? Condividilo! Facebooktwitter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.