Prendere l’aereo non vuol dire viaggiare

C’è qualcosa che mi rende molto triste quest’estate: la consapevolezza che le mie scelte, orientate a farmi diventare una nomade stanziale che può fare viaggi più lunghi di chi ha un lavoro a tempo pieno in ufficio, mi renderanno possibile un solo viaggio quest’anno. In altre parole, ho cambiato la mia vita per poter viaggiare di più… e  mi ritrovo a viaggiare di meno.  E questo nonostante abbia preso già quattro aerei e una nave quest’anno.

Dall’inizio dell’anno ho preso quattro aerei e una nave. Sono stata a Perugia, due volte a Londra, una a Leeds. Il mese prossimo prendo un altro aereo e torno in una capitale europea che amo molto, Bruxelles. Eppure mi sento frustrata perchè non ho viaggiato. Gli aerei che ho preso finora avevano tutti uno scopo. Il primo: tornare a Dublino. Tutti gli altri: frequentare corsi.

Quando mi lamento che quest’anno ancora non ho viaggiato vedo inarcarsi le sopracciglia di chi mi sta ascoltando. Mi sembra di leggere i loro pensieri: “Sei già stata via tre volte, di cosa ti lamenti?” Il fatto è che “star via” non significa necessariamente viaggiare. Non per come intendo io il viaggio, almeno.

Lo stare via può essere qualcosa di stressante: lavorare, per esempio, o tornare in Italia a sbrigare faccende burocratiche. Ma lo star via può anche essere qualcosa che ci rende molto felici, per esempio quando torno a visitare la mia famiglia o amici carissimi che non vedo da tempo. Il discrimine tra “andar via” e “viaggiare” per me non sta nella positività o negatività di un evento, ma nello scopo: se c’è uno scopo, l’andar via non è viaggiare. In questo caso l’aereo diventa solo il mezzo che ci permette di spostarci in un’altra località dove andiamo a fare qualcosa. E’ quel che andiamo a fare a portarci lì, e ci aspettiamo di portare a casa un “risultato”: un test superato, un affare concluso, una lingua migliorata, una carta firmata, l’aver visto le persone care.  Dire “viaggiare per lavoro” per me è un nonsenso. Non si viaggia quando si lavora: si lavora in un’altra sede. Si dovrebbe dire “ci si sposta per lavoro”. Così andare a Padova non è viaggiare, è andare a trovare la mia famiglia. Purtroppo avendo scelto di vivere su un’isola, andare a trovare la mia famiglia comporta necessariamente prendere l’aereo.

Viaggiare in sè per me non ha scopo. O detto meglio, lo scopo del viaggio… è il viaggio in sè. Solo quando vado via per godermi un’esperienza senza aspettarmi un qualcosa in ritorno, senza nessun altro motivo che il godermi l’essere qui ed ora, sento che sto “viaggiando”. C’è anche una connotazione temporale: il weekend lungo per me non è viaggio, o non lo è quasi mai. Per ricaricare completamente le batterie ho bisogno di almeno una settimana.

A cinque mesi dal Grande Cambio faccio un primo bilancio e mi accorgo che è pesantemente negativo. Lo scopo principale delle mie scelte era poter essere più libera di viaggiare, poter lavorare in remoto così da poter stare a Padova più a lungo, e senza intaccare il “monte ferie” annuale. I giorni “risparmiati” dalle vacanze in Italia li avrei usati per viaggiare di più. Le cose non sono andate esattamente come speravo. C’è stata in primavera una pesante battuta d’arresto, causata da una curiosa coincidenza di eventi positivi (l’essermi liberata della mia coinquilina e l’aver accolto in casa una persona a cui voglio bene, il volontariato al festival di danza, il volontariato al festival di birre, graditi ospiti e un interessantissimo corso di fotografia) che messi tutti assieme hanno completamente azzerato il tempo a mia disposizione per i progetti personali. Ho dovuto aspettare luglio per tornare a una routine lavorativa. Nel frattempo, i miei piani erano ormai completamente sballati. Questo e un paio di altri fattori, nonchè qualche mio errore di calcolo, mi ha portata all’amara constatazione: non è proprio possibile per me fare un altro viaggio oltre all’unico già previsto per ottobre. Ero abituata a farne almeno tre viaggi all’anno, per come intendevo io il viaggio, di solito così divisi: quello lungo extraeuropeo, una settimana in Europa, una settimana invernale. Datemi pure della bambina capricciosa, ma questa cosa mi sta facendo soffrire tantissimo. Ho la sensazione che anzichè essermi liberata dalla gabbia, mi sono costruita una gabbia ancora più angusta. Mi chiedo che senso abbiano avuto i miei sforzi, se tanto mi ritrovo come prima, anzi peggio.

Non mi si fraitenda. Le esperienze che ho fatto nei primi mesi di quest’anno, così come quella che andrò a fare ad agosto, mi hanno resa felice. Le ho volute e mi hanno regalato gioia. Corsi, lezioni, incontri, eventi mi arricchiscono, mi piacciono, mi coinvolgono, mi possono anche emozionare. Non è stato tempo perso e rifarei quel che ho fatto. Semplicemente, però, queste esperienze per me non sono viaggi. E il viaggio per me è più che un piacere, è una necessità vitale.

Quest’anno per viaggiare devo aspettare ottobre, e sarà la realizzazione di un sogno: quella famosa vacanza di mare che dico di voler fare da anni, e non faccio mai. Mauritius, 27 ottobre – 11 novembre. Non vedo l’ora. Ma so già che per quanto bellissima non potrà essere abbastanza.

Ho un bisogno spasmodico di viaggiare, se non trovo in fretta una soluzione per rimediare ai miei errori di calcolo soccombo. Non aiuta per niente il fatto che questa sia una delle peggiori estati di quanto mi sono trasferita in Irlanda: poca pioggia, ma vento e tanto, troppo, grigio. Non ho ancora trascorso un’intera giornata al mare, e nemmeno fatto il bagno, io che il bagno in Irlanda l’avevo fatto tutti gli anni.

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Comments

  1. Daphnae says:

    Sto vivendo esattemente le stesse cose. Ho preso 7 mesi di aspettativa dal mio lavoro, motivi personali e professionali su cui ora non mi dilungherò, ma dopo le fatiche del trasloco e ricerca casa, la prima settimana vera di vita a Dublino mi sono sentita un po’ persa. Mesi e mesi a rimuginare e concludere che se non avessi dovuto stare chiusa in un ufficio tutti i giorni chissà quanti progetti e cose sarei riuscita a portare a termine! E invece… ora mi ritrovo a pensare che, se mi trovassi un lavoro, i giorni di ferie me li godrei per davvero! Invece proprio quest’anno che ho sette mesi liberi finirà che non farò nemmeno un viaggio (come lo intendi tu). Sembra assurdo no?

    1. laragazzaconlavaligia says:

      abbastanza, è un po’ il mio paradosso in questo momento: aver fatto delle scelte orientate ad avere più libertà di viaggiare e ritrovarmi a viaggiare meno del solito. La strada che ho scelto è lunga e per i primi risultati dovrò aspettare parecchio. Ahimè, la pazienza non è mai stato il mio forte :)

      In bocca al lupo!

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