Tra viaggi sostenibili e volontariato ambientale: ci orienta Alessandro Nicoletti, biologo

Nei miei tentativi di rendere i viaggi più sostenibili e nel mio desiderio di fare esperienze di volontariato ambientale mi sono scontrata spesso con dubbi personali e con la difficoltà di trovare informazioni attendibili. Ha senso quel che sto facendo? Posso fare qualcosa di più? L’associazione a cui sto dando i soldi veramente fa qualcosa per l’ambiente o i miei soldi se li intasca?

Di recente ho avuto la fortuna di conoscere al Bansko Nomad Fest una persona che poteva darmi risposte serie su questi argomenti.

Alessandro Nicoletti è appassionato di natura e animali, ha una formazione scientifica e non ha peli sulla lingua. È schietto e diretto, anche – o forse soprattutto? – quando parla del suo sconfinato amore per la natura. Ha fatto della divulgazione una missione di vita: il suo obiettivo è far crescere la consapevolezza sull’importanza della conservazione, sul rispetto dell’ambiente e sulla salvaguardia delle specie selvatiche a livello globale.

Per raggiungere il suo obiettivo non fa uso di slogan di facile presa o di verità edulcorate. Dice le cose come stanno, anche quando si tratta di messaggi impopolari. E per questo motivo mi è piaciuto immediatamente: non m’interessa filosofeggiare sul romanticismo della natura, quello me lo posso cercare nei versi dei poeti, voglio sapere le cose come stanno. Voglio prendere decisioni consapevoli sulla base non di sentiti dire e opinioni personali, ma di realtà scientifiche.

Dopo aver chiacchierato un po’ con Alessandro gli ho chiesto disponibilità per un’intervista. Eccola qui.

alessandro nicoletti

 

Intervista a Alessandro Nicoletti, biologo e divulgatore scientifico

Alessandro, inizio con una domanda a bruciapelo: esistono viaggi sostenibili? O è solo una bella frase con cui cerchiamo di lavarci la coscienza?

Il classico viaggio propagandato dalle agenzie turistiche come sostenibile difficilmente può esserlo perché prevede lo spostamento di persone da un continente all’altro nell’arco di due settimane. Uno spostamento di tali distanze in tempi così brevi richiede necessariamente l’aereo, e l’aereo non ha nulla di sostenibile: è un mezzo che inquina molto.

Se potessimo viaggiare tutti lentamente, allora sì il viaggio sostenibile potrebbe esistere: parlo di un viaggio lento fatto con mezzi pubblici.

Un altro aspetto importante per far sì che i nostri viaggi siano davvero sostenibili riguarda il modo in cui spendiamo i nostri soldi. Quando andiamo a visitare luoghi nuovi dobbiamo far sì che i nostri soldi vadano direttamente alle persone che vivono in quel territorio: diamoli a piccole attività, alimentiamo il commercio locale ed evitiamo le grosse multinazionali.

Un’altra etichetta molto usata in ambito travel è ecoturismo. Anche in questo caso vorrei sapere da te se l’ecoturismo può esistere o è solo un’etichetta di marketing.

Non dobbiamo sottovalutare la necessità dell’ecoturismo, specialmente quando si tratta di visitare parchi nazionali e avvistare specie selvatiche nel loro ambiente naturale (sottolineo: nel loro ambiente naturale).

La presenza di turisti internazionali all’interno di paesi politicamente difficili è fondamentale per salvaguardare ecosistemi a rischio perché innesca un processo virtuoso di attività economiche gestite da persone locali che da potenziali sfruttatori del territorio in cui vivono ne diventano difensori. Inoltre permette di ottenere fondi che vengono poi reinvestiti nella protezione ambientale.

Il coinvolgimento delle persone locali è fondamentale: non può esistere conservazione imposta dall’alto, esiste la conservazione fatta dalle persone che vivono da sempre in quel luogo. Ma quelle persone vanno supportate, e l’ecoturismo è un valido strumento.

Puoi farci un esempio di situazione in cui l’ecoturismo ha portato a dei reali benefici per la conservazione ambientale?

Grazie all’ecoturismo in Uganda e nel Congo è stato possibile salvare l’ultimo ecosistema in cui sono ancora presenti i gorilla di montagna. Senza la presenza di turisti le persone locali per avere un’entrata economica diventerebbero facilmente dei bracconieri. La conservazione viene fatta attraverso fondi internazionali, ma anche grazie al contributo fondamentale dato dai turisti.

Considera che il gorilla permit, obbligatorio per avvistare i gorilla nel loro ambiente naturale, costa seicento dollari e ti permette di stare nella foresta per un tempo molto limitato, circa un’ora. C

Ma perché le cifre sono così alte?  Con i soldi guadagnati dai permessi turistici è possibile pagare i ranger, indispensabili per evitare che gli animali vengano catturati dai bracconieri. I ranger impiegati nei parchi nazionali sono persone africane che hanno seguito un lungo percorso di formazione; sono professionisti che rischiano la vita ogni giorno perché sono attaccati dai bracconieri. Qui va specificato che i bracconieri non sono persone con arco e freccia come si pensa nell’immaginario collettivo: sono veri e propri schieramenti con mezzi militari. Il commercio di specie selvatiche è uno dei business illegali più fiorenti, assieme ad armi, droga e prostituzione. Parliamo di grossi affari, ecco perché i ranger e i progetti di conservazione hanno bisogno di fondi importanti.

Da tempo cerco di fare attenzione all’impatto ambientale dei miei viaggi. Uso i mezzi pubblici o vado a piedi, all’aereo preferisco mezzi più lenti come il treno o la nave, uso la borraccia e borsette per la spesa riutilizzabili. C’è qualcosa di più che posso fare?

Il passo in più da fare è un qualcosa che abbiamo già accennato prima, ovvero prestare estrema attenzione a come e dove spendiamo ogni singolo euro dei nostri viaggi.

Generalmente chi ha poco tempo da dedicare ai viaggi e alla loro organizzazione si affida ad un’agenzia, col risultato che tutto o parte del suo denaro viene dato a persone che non sono presenti sul territorio. Chi ha la possibilità di viaggiare lentamente può fare qualcosa di concreto dedicando molto tempo alla fase preliminare di ricerca in modo da trovare attività gestite direttamente dalla gente del posto. Supportiamo le piccole aziende famigliari ed evitiamo i business delle multinazionali: andiamo al ristorante gestito da famiglie locali, dormiamo in piccole guesthouse indipendenti anziché negli hotel delle catene internazionali o nei resort.

Purtroppo in certe aree del mondo è oggettivamente impossibile cercare di ridurre l’impatto dei nostri consumi. Ad esempio la borraccia non si riesce ad usare dappertutto: in alcuni paesi non si può riempire perché l’acqua del posto ci farebbe male e quindi siamo costretti a comprare acqua in bottiglie di plastica. In quei casi il vantaggio di avere la borraccia sta nel comprare una bottiglia grande, con cui di volta in volta riempire la borraccia, anziché tante bottiglie piccole.

Sono una grande sostenitrice della mobilità sostenibile, sia in viaggio che nella quotidianità. Credo che un mondo con meno auto sarebbe molto più bello. Ma è sufficiente lasciare a casa l’auto? Qual è il tuo punto di vista su questo argomento?

Oggi stiamo vivendo una vera e propria ondata di greenwashing. Abbiamo voglia di lavarci la coscienza e allora facciamo ripulizia dei brand e ripulizia dei nostri consumi. La verità è che non vogliamo andare ad analizzare veramente la causa dei problemi ambientali. Non vogliamo mettere in discussione il nostro paradigma dell’egoismo dove tutti vogliamo spostarci in maniera individuale, vogliamo mangiare prodotti fuori stagione, vogliamo fare ciò che ci va. Ego è contrario di eco.

L’ondata greenwashing che ha colpito la mobilità ha solamente ripulito la superficie. Il messaggio che si vuole far passare è: lasciamo l’auto a motore a scoppio a casa, compriamoci l’auto elettrica; lasciamo la moto a casa e prendiamoci tutti la bici elettrica. E finisce lì.

Quale sarà l’impatto ambientale dei nuovi mezzi cosiddetti sostenibili? Nessuno ne parla, ma probabilmente tra 10 anni sarà un tema di dominio comune, come oggi parliamo di deforestazione e inquinamento da plastica.

La verità scomoda è che le batterie elettriche hanno invaso gli unici mezzi veramente ecologici che avevamo, come monopattini e biciclette. Stiamo trasformando mezzi veramente ecologici nella “mobilità del futuro” senza prendere in considerazione ciò che richiede la costruzione e l’uso di questi mezzi. Penso alle fasi di estrazione dei minerali e delle materie prime che compongono le batterie e soprattutto allo smaltimento che dovrà essere fatto in futuro quando queste batterie diventeranno inutilizzabili.

Chi sarà a pagarne le conseguenze?

Questa è una storia già vista e ripetuta. Basta pensare alle discariche di apparecchi elettronici che troviamo in Africa e nel Sud-est asiatico dove persone poco sopra il livello critico di povertà sono costrette a lavorare in condizioni igienico-sanitarie pietose per smantellare milioni di tonnellate di rifiuti.

Questa nuova ondata green completamente falsa andrà ad aggravare il già esistente problema dello smaltimento, che creerà un inquinamento di proporzioni a noi ancora sconosciute.

Si aggraverà anche il problema delle miniere. Se ne parla poco, ma le prime guerre per l’approvvigionamento delle materie prime sono già iniziate. Il recente ribaltamento del governo boliviano non è estraneo a queste dinamiche, non a caso la Bolivia ha una delle più importanti riserve al mondo di litio, un materiale fondamentale per la costruzione delle batterie di cui si avrà un bisogno sempre maggiore.

Quindi non può esistere una mobilità sostenibile?

La mobilità sostenibile esiste, è quella dei nostri nonni. Vogliamo sempre guardare verso il futuro, quando invece per trovare la vera ecologia, la vera sostenibilità, basta semplicemente volgere lo sguardo indietro di circa cento anni. Allora ci si spostava con i treni, i piedi, le carrozze e le biciclette.

Il mio non è un inno al ritorno all’antichità, è un inno alla capacità di senso critico su quello che ci stanno propinando come sostenibile. Basta aprire un libro, leggere un articolo per capire che di sostenibile la mobilità fondata sull’elettrico non ha nulla. Dovremmo piuttosto ridimensionare e ridisegnare il concetto di mobilità.

Nel futuro quando si esaurirà l’ennesima propaganda del green elettrico, quando verranno finalmente intraprese azioni concrete, ci sarà uno sviluppo incredibile della mobilità via treno. Questa è la vera mobilità del futuro.

È un discorso di politica e incentivi. Un piccolo segnale positivo ci arriva dalla Francia, dove è stato proposto di vietare i voli aerei tra città vicine tipo Parigi e Nizza e dove viene incentivato il movimento su treno. Spero, anche se la vedo dura, che la politica si dissoci dalla logica del profitto: è fondamentale perché alla fine la causa comune dei danni all’ambiente è sempre il capitalismo.

Parliamo di viaggi e volontariato ambientale. Mi sono spessa chiesta se abbia senso partecipare a progetti di volontariato ambientale di breve durata. Si può davvero dare un contributo concreto con solo una-due settimane di tempo a disposizione o i progetti brevi sono trappole per turisti?

Nel volontariato ambientale di breve durata c’è effettivamente il rischio di partecipare a progetti che non hanno alcuna reale utilità perché molte agenzie turistiche in cerca di nuovi mercati economici si mascherano da associazioni impegnate nella conservazione.

Questo non significa che tutti i progetti di breve durata siano delle fregature. Esistono progetti validi che accettano persone senza competenze specifiche per periodi brevi, anche una sola settimana.

Come fare a riconoscere i progetti finti?

I pacchetti turistici mascherati da progetti di conservazione non hanno nessuna barriera di ingresso. Accettano tutti, senza nemmeno un formulario da compilare. Il costo per partecipare è elevato, 1-2 settimane costano diverse migliaia di euro.

Spesso le agenzie che vendono questi pacchetti si pubblicizzano utilizzando l’immagine del volontario che accarezza l’animale selvatico, e questo è un campanello di allarme importante. L’animale selvatico si differenzia dall’animale domestico in quanto non ama il contatto con gli esseri umani, quindi se vedi nel materiale promozionale dell’agenzia un volontario che accarezza un leone, che prende in braccio un cucciolo di ghepardo o che cavalca un elefante sai sicuramente di trovarti di fronte a una trappola per turisti.

Il vero progetto di conservazione e il vero santuario naturalistico vietano – sottolineo: VIETANO – il contatto con l’animale se non in condizioni di reale esigenza, come nel caso delle cure mediche che però vengono somministrate solo da personale professionalmente qualificato.

Quindi può capitare di fare volontariato ambientale e non avvistare animali selvatici?

L’avvistamento di animali selvatici nel loro habitat naturale non può essere dato per scontato. Spesso questo viene indicato esplicitamente nella descrizione del progetto con frasi come “Non è garantito l’avvistamento dell’orango”. Ci vuole un po’ di fortuna per avvistare un animale selvatico, può accadere come no.

Diverso il caso del volontariato nei centri di riabilitazione di fauna selvatica perché qui il volontario è certo di vedere un animale selvatico: si tratti di esemplari che per vari motivi non possono essere rilasciati in libertà nell’immediato. Ma naturalmente anche qui il contatto è vietato, salvo condizioni di necessità.

E invece una spia che denota un progetto serio quale può essere?

Un trucchetto per capire se un progetto è reale o no è informarsi su come vengono utilizzati i dati che vengono acquisiti grazie alla presenza di volontari. Nei progetti seri i dati raccolti vengono condivisi con enti di ricerca e università.

Un altro modo per sostenere le realtà impegnate nella salvaguardia dell’ambiente sono le donazioni. Puoi darci consigli su come scegliere associazioni, ONG, gruppi locali da finanziare?

Per le donazioni consiglio sempre di evitare le grandi organizzazioni, quelle più conosciute, perché spesso hanno già i loro canali per finanziarsi. Consiglio di orientarsi tra le associazioni meno mainstream. Per capire quale supportare o no valgono gli stessi consigli di prima riferiti alla fauna selvatica.

Concludo con un’altra domanda a bruciapelo. Quali sono secondo te le più grandi bugie della propaganda ambientalista?

Si possono raggiungere risultati senza impegno personale, questa è la più grande bugia della propaganda ambientalista.

Non basta cambiare tipologia di consumi per salvare il pianeta. Tanto per cominciare non c’è nessun pianeta da salvare perché il pianeta si salverà a prescindere. La natura non ha bisogno dell’essere umano: Madre Natura è in grado di evolversi e trasformarsi, potrà sopravvivere benissimo anche se ci saranno 100 gradi al Polo Nord o altre condizioni climatiche completamente diverse da quelle attuali. Siamo noi umani che non riusciremo ad adattarci.

Non serve comprare la macchina elettrica o la borraccia se poi vogliamo continuare ad avere il sushi tutto l’anno ed evitare il pesce povero. Non possiamo continuare ad essere oggetto della pubblicità che ci arriva dai media.

Bisogna fare un passo indietro, studiare, impegnarsi, capire quali sono le logiche non solo ambientali ma anche di mercato e avere un approccio critico nei confronti dei messaggi con cui quotidianamente veniamo bombardati.

Fare delle rinunce è necessario, ma questo viene visto come cosa negativa, come un sinonimo di decrescita e infatti non è un messaggio che viene supportato. Spesso il movimento ambientalista si alimenta delle stesse logiche del mercato economico e finisce per avallare comportamenti dove la rinuncia e il sacrificio non vengono contemplati.

Rinunciare è invece l’unico modo per dare un contributo reale. Consumare meno, imparare a dire di no. Questi “no”, sia a livello personale che collettivo, sono dei grandi “sì” perché dicendo no a una cosa dici di sì ad un’altra.

Dire no all’aereo è dire sì al viaggio lento, e facendo altre rinunce possiamo avere un contatto più reale con le popolazioni locali di determinati territori, provare cibi più genuini, seguire le stagioni. Seguire le stagioni non solo fa bene all’ambiente ma anche alla nostra salute. Se la natura in certe stagioni ci dà dei cibi piuttosto che altri un motivo c’è, solo che ce ne siamo dimenticati. Negli ultimi 70 anni ci siamo completamente dimenticati del rapporto ancestrale che c’è tra l’uomo e la natura. Ci siamo venduti al dio denaro.

Chi è Alessandro Nicoletti

Alessandro Nicoletti è biologo marino e fondatore dell’associazione ambientalista Keep the Planet.

Nato a Jesi, si laurea in Biologia Marina all’Università Politecnica delle Marche. Dopo la laurea partecipa a progetti di conservazione ambientale in diversi paesi, tra cui Australia, Zanzibar, Cambogia, Indonesia e Inghilterra. Dal 2017 si occupa di divulgazione.

Attualmente è impegnato nella realizzazione di Men of the Forest, un documentario che racconta la vita di un gruppo di ambientalisti indonesiani impegnati a fermare la deforestazione in atto nel Borneo e a salvare dal rischio estinzione gli orangutan.

Chi è Keep the Planet

Keep the Planet è un’associazione che si occupa di conservazione ambientale e divulgazione. Le attività dell’associazione comprendono campagne di sensibilizzazione, organizzazione di spedizioni scientifiche, realizzazione e condivisione di testi e video informativi sulla natura e sull’importanza della conservazione.

Per saperne di più visita il sito ufficiale, segui il canale Instagram e Youtube.

L’iscrizione all’associazione Keep The Planet comprende l’accesso a un database riservato ai soci che contiene i contatti diretti di enti e associazioni che organizzano progetti di volontariato ambientale e informazioni per trovare lavoro nel settore ambiente e conservazione.

Il link per iscriversi è https://www.keeptheplanet.org/database-volontariato/

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