Impara WordPress con me!

Il blog che state leggendo ora, come tantissimi altri al mondo, è realizzato con WordPress, un software gratuito grazie al quale si possono realizzare blog e siti dall’aspetto professionale senza avere conoscenze di programmazione informatica.

Grazie a WordPress puoi promuovere la tua band online, pubblicizzare le attività della tua associazione, aprire una vetrina online per la tua ditta, scrivere articoli sui tuoi hobbies e tanto altro ancora: realizzare un sito con WordPress è alla portata di tutte le persone che hanno un po’ di pazienza.

Ho imparato a usare WordPress da sola nel 2010, leggendo manuali “for dummies” e forum online. Non avevo nessuna competenza di programmazione informatica, giusto un minimo di html imparato per forza all’università nel lontano 1999 sempre leggendo manuali “for dummies”.

Oggi sono autrice di due siti realizzati con la versione self-hosted di WordPress: il blog La Ragazza con la Valigia, che è quello che stai leggendo ora, e il sito Dublino con i miei occhi. Uso WordPress anche per lavoro: molti dei siti con cui collaboro sono stati realizzati con questo software.

Voglio aiutarti a conoscere WordPress, uno strumento davvero potentissimo che ti sarà davvero utile per i tuoi progetti di comunicazione, siano essi professionali o amatoriali.

IMPARA A USARE WORDPRESS CON ME!

Iscriviti al corso “Introduzione a WordPress” che terrò il 3 e il 4 marzo 2017 presso l’ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova.

Ti elencherò tutte le cose che devi sapere per iniziare a usare WordPress da solo e ti darò gli strumenti per approfondire le conoscenze online e realizzare un sito efficace e interessante.

Informazioni e modulo per l’iscrizione sono disponibili qui:

Corso – Introduzione a WordPress

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Non rischiare la vita per un tramonto

A onor del vero nel mio caso era un’alba, ma il concetto è lo stesso: non esiste fenomeno naturale, per quanto spettacolare possa essere, per cui vale la pena rischiare la vita. Se non sussistono condizioni di sicurezza soddisfacenti, desistete. Pazienza se non ci saranno altre occasioni, meglio tornare a casa SANI.

Ma che cosa sto blaterando?, direte. Ecco, vi racconto per filo e per segno come si è svolta la mia pericolosa escursione su un vulcano di Bali, durante la quale a causa dell’imbecillità altrui (e un po’ anche mia) abbiamo rischiato grosso.

Questo è stato il momento di massima visibilità :(

Il grande desiderio: trekking sul vulcano

Quando ho iniziato a leggere siti e guide turistiche per programmare il mio viaggio a Bali, come sono solita fare, ho scoperto che gennaio è considerato un buon mese per tutto, tranne che per il trekking sui vulcani. Mannaggia, ho pensato, questa era una delle cose che mi interessava di più fare! Senonché gennaio era anche il periodo in cui volevo andare via, per spezzare l’inverno e per risparmiare sulle bollette di energia elettrica e riscaldamento.

Pazienza, vorrà dire che invece di arrivare in cima mi limiterò a guardare i vulcani dal basso, ho pensato. E con questo per me il capitolo vulcani era chiuso.

Sicuro o non sicuro?

Un nuovo capitolo vulcani si riapre alla Serenity EcoGuesthouse: mentre gioivo dello stato di grazia in cui mi trovavo una delle ragazze conosciute lì racconta entusiasta la sua emozionante escursione al Monte Batur per vedere l’alba dal cratere del vulcano. Mostra le foto, stupende, e a tutte noi della guesthouse scatta la voglia di fare la stessa esperienza.

Io, vecchia gallina, le chiedo: “Ma era sicuro?”.
“Sì, un po’ difficile la salita alla fine, ma se sei un minimo allenata non avrai problemi”.

L’idea mi stuzzica ma da Canggu non parte nessun tour di gruppo e prenotarne uno privato mi costerebbe un’eresia. Capitolo chiuso.

Prenoto subito!

La faccenda vulcano si riapre quando arrivo a Ubud. Ad ogni angolo c’è un operatore turistico che propone il famoso trekking sul Monte Batur: partenza di notte, colazione, trekking fino alla cima del vulcano per vedere l’alba, colazione con uova cotte sul monte, discesa e due soste turistiche, la prima a una piantagione di caffè e l’altra alle risaie. Costo a persona: 250,000 rupie, senza bisogno di trovare altre persone per dividere la spesa dell’auto e della guida.

A vedere questi tour in vendita dappertutto, tour che vengono effettuati giornalmente, penso che non può essere così rischioso: se lo fanno così tante persone tutti i giorni non sarà poi ‘sta impresa modello scalata dell’Everest. E poi una gentile agente di viaggio mi rassicura: “Se le condizioni atmosferiche non sono buone, annulliamo il tour e ti rimborsiamo i soldi”.

Ok, COMPRO! E questo è stato il primo errore: mai fidarsi di un asiatico che ti dice “It’s safe”. Dicono sempre che non ci sono rischi, anche quando rischi la vita.

Cronaca dell’escursione

Partiamo alle due del mattino, io sono emozionatissima. Mi godo la colazione e il caffè, che mi sveglia del tutto nonostante sia ancora notte fonda.

La mia gioia si annuvola, è il caso di dirlo, a pochi passi dall’inizio dell’escursione. Il tempo peggiora visibilmente, e uso questo avverbio in senso molto ironico: con quel poco che ci è dato vedere dalle torce, ci rendiamo conto che il cielo si è fatto completamente nuvoloso.

A peggiorare la mia situazione sono due compagne di gruppo, molto brave a salire e decisamente più veloci di me e dell’altra ragazza: peccato che Jack, la nostra guida, se ne freghi del fatto che noi due siamo più lente e continui a proseguire col passo delle atlete. Mi trovo a percorrere lunghi tratti da sola, ma ancora penso che la situazione è sicura e proseguo fiduciosa che sarò ricompensata da uno spettacolo meraviglioso.

I maroni iniziano a girarmi quando la mia torcia dà segni di stanchezza e Jack mi dà un’altra torcia che è ancora più debole. Chiedo se ha batterie di scorta, una piccola cosuccia che nessuna guida trekking seria si scorderebbe. Non le ha. Scocciata, gli ridò le sue torce e tiro fuori dallo zaino la mia: averla portata è stata l’unica azione previdente di questa mia sconsiderata escursione.

Ad un certo punto, come ci aveva annunciato Jack (e come mi aveva raccontato la ragazza di Serenity), la salita si fa impegnativa. In alcuni punti mi devo aggrappare con le mani per proseguire, ma ancora penso che si tratti di una normale fatica da escursione in montagna.

Arrivati ad una terrazza panoramica con panchine e una piccola tettoia la guida ci fa segno di sederci. Si è fatto freddo, il vento è più forte. Siamo un po’ confuse: è questo il punto di osservazione o è solo una sosta? Tra buio e nuvole noi non vediamo niente.

A fatica riusciamo a carpire una sorta di spiegazione da Jack, che parla un inglese abbastanza scarso. Secondo la sua versione mancano ancora 25 minuti di camminata per raggiungere la cima, ma si può vedere l’alba anche da qui.

“Dov’è la vista migliore?”, chiediamo, ancora speranzose che si diradino le nuvole e sia quindi possibile assistere a quello spettacolo per cui siamo venute fino a quota 1700m. E qui è il punto cruciale della storia, dove le cose potevano andare in un modo o nell’altro.

Fino a qui anch’io sono dell’idea di proseguire: non mi attrae particolarmente l’idea di camminare ancora in queste condizioni, ma che diamine sono venuta fin qui per vedere l’alba, voglio il migliore punto di osservazione. Ma mentre confabuliamo tra noi del gruppo (“secondo me si vede meglio da lassù ma lui non ha voglia di portarci”, concordiamo) le condizione meteorologiche peggiorano improvvisamente. Non ho manco il tempo di tirare fuori il k-way che sono già bagnata.

In quel momento a me appare evidente: è da folli proseguire su un sentiero ripido e scivoloso con pioggia e vento forte, soprattutto se si considera che non è un tratto di percorso necessario. Le nuvole sono fittissime ed è altamente improbabile che si diradino in tempo per vedere l’alba. Mi sento la codarda del gruppo, ma ritengo saggio non avventurarmi su un tratto di sentiero ripido e ancora più esposto al vento. Fanculo quel che possono pensare di me, io non vado.

Le altre tre ragazze del mio gruppo vogliono assolutamente arrivare in cima, così come la maggioranza di tutti gli altri gruppi. Non saprei dire una cifra, ma siamo decisamente tanti stamattina su questo monte. Io risoluta dico “no”; la guida prosegue con le altre tre, dopo avermi raccomandato più volte di non allontanarmi e di aspettarlo lì. Col cavolo che mi allontano, penso, io da qui non mi muovo finché non mi porti giù tu.

Forse ho visto troppi film di catastrofi in montagna, tipo Everest o The Summit, e mi hanno parecchio impressionata. Forse pecco di zelo eccessivo, mi dico, ma non mi pento di non aver proseguito.

Mi riparo sotto la tettoia, ci sono delle panche e quelle più in fondo sono ben riparate dal vento. Indosso le maglie di ricambio che avevo portato, sperando con questi quattro stati di tessuto di riuscire a scaldarmi. Unica volta nella mia vita, non ho portato felpe o giacche pesanti. Sono solitamente molto prudente nelle escursioni in montagna: perché stavolta ho preso tutto con leggerezza?

Il tempo passa e sono sempre più felice della mia decisione. Dubito che le mie compagne di avventura possano vedere molto più di me e sono certa che stiano rischiando molto più di me. La guida di un altro gruppo, un vero angelo custode, raggiunge la cima per acquistare bevande calde da portare a noi (ricordo che in cima avremmo dovuto fare colazione, ma le bevande erano a pagamento). Onestissima, la guida non si fa pagare niente per questo preziosissimo servizio. Il tè mi scalda e mi calma. Non m’importa aver perso la colazione, tanto non ho voglia di mangiare con questo freddo.

Ma più passa il tempo e più monta l’ansia: la pioggia ha smesso e vorrei riprendere il cammino il più in fretta possibile, prima che possa ricominciare a piovere o che il vento aumenti ancora. L’idea di farmi quell’impegnativa discesa con la pioggia scrosciante mi angoscia.

I primi gruppi iniziano a tornare dal cratere e si avviano immediatamente verso la discesa. Le persone rimaste sotto la tettoia man mano si ricongiungono ai loro gruppi e scendono. Il numero di persone sotto la tettoia si fa sempre più esiguo. Io inizio a temere di restare da sola: l’ultima cosa che voglio è restare bloccata a 1700 metri di altezza da sola con condizioni meteorologiche avverse. La guida mi aveva assicurato di tornare, ma se fosse successo qualcosa?

A ogni gruppo che ritorna dal cratere chiedo se ci sono ancora molte persone che devono tornare. Dicono sempre di sì. Inizio a chiedere se conoscono la mia guida, Jack, se l’hanno visto, se sanno se sta tornando. Imploro ai gruppi di non lasciarmi da sola ma tutti mi dicono di non preoccuparmi e se ne vanno.

Inizio a odiare le stronze che per il loro cazzo di desiderio egoistico mi hanno messa in questa situazione. Sarei forse già al parcheggio se non le avessi aspettate.

Quando le stronze arrivano ho la conferma che proseguire è stata un’inutile follia: esattamente come avevo sospettato, non hanno visto niente, sono morte dal freddo e hanno dovuto lottare contro un vento ancora più forte di quello che ha angosciato me.

Le due atlete chiedono a Jack se possono andare avanti da sole perché hanno fretta di scendere. “Ah, adesso avete fretta di scendere mignotte” è il mio poco gentile ma molto sincero pensiero. Jack è titubante, non vuole lasciarle scendere da sole, ma sa che io e soprattutto Gina, l’altra ragazza, non riusciremo mai a stare al loro passo.

Ci incamminiamo e le perdiamo di vista dopo pochi passi. Me ne strafrego: non ho intenzione di lanciarmi giù per il sentiero perché loro adesso hanno fretta. Mi hanno ben insegnato i film sulle catastrofi di montagna che la discesa è molto più pericolosa della salita e non ho nessuna intenzione di correre rischi per farle arrivare al parcheggio un quarto d’ora in anticipo. Scendo al mio ritmo, prestando molta attenzione a non scivolare. Ringrazio Dio, che non creda esista ma fa sempre comodo tirarlo fuori in queste situazioni, per aver fatto smettere di piovere.

L’amaro lieto fine

Passata la prima parte della discesa, quella più impegnativa, il vento si placa e io mi sento rassicurata: ora è solo questione di tempo, con calma raggiungo la meta in sicurezza. Ho ancora il timore della pioggia, ma avendo passato il tratto difficile penso che ormai si potrebbe scendere anche con quella.

Perse di vista le due atlete, Jack rimane finalmente al passo mio e di Gina, cosa che secondo me avrebbe dovuto fare sin dall’inizio: a quel che ne so io, in un gruppo trekking il passo viene dettato dalle persone più lente, non da quelli più veloci.

Gina fatica notevolmente. Già all’andata aveva mostrato evidenti segnali di fatica e mi aveva lasciata di stucco la sua decisione di proseguire fino alla cima: se sei già allo stremo delle forze perché continuare?

Il suo passo affaticato ci rallenta notevolmente, ma non voglio fare come le due atlete egoiste. Ormai il sentiero è largo abbastanza per due persone e io cammino a fianco di Jack, che si ferma frequentemente ad attendere Gina. Inizia di nuovo la pioggia, dannazione, e spero con tutto il cuore che Gina si dia una mossa, ma non prendo l’iniziativa di andarmene da sola. Lentamente raggiungiamo il parcheggio e ci ripariamo all’interno dell’auto, dove le atlete sono già in tenuta da sonno con tanto di mascherina sugli occhi.

Maledico tutte e tre per la sconsideratezza dimostrata nel voler proseguire a tutti i costi. La disavventura fortunatamente si è conclusa con un lieto fine, ma le cose avrebbero potuto facilmente andare diversamente.

A questo punto vogliamo solo andare a casa. Io sogno una doccia calda, cosa che non avveniva dal 12 febbraio, giorno della mia partenza per Bali: durante tutto il mio soggiorno avevo sognato soltanto docce gelide. L’autista ci chiede se vogliamo fermarci alle due soste previste, la piantagione di caffè e le risaie, ma siamo tutte d’accordo che ormai la giornata è sputtanata e vogliamo solo andare a casa.

In ostello mi godo una doccia calda, nonostante dei complicati rubinetti per cui devo manovrarli diverse volte in più direzioni prima di riuscire ad ottenere l’effetto desiderato (acqua che esce dal rubinetto; acqua abbastanza calda per scaldarmi ma non troppo da scottarmi). Mi caccio sotto le coperte e penso che cancellerò la prossima tappa del mio viaggio. Voglio rimanere a Ubud fino alla partenza e spendere i miei soldi in attività senza rischi come yoga e massaggi. Non riesco ad addormentarmi ma finalmente mi scaldo e l’incubo di questa lunga notte è finalmente concluso.

Morale della favola

La montagna è pericolosa, sempre, e non dobbiamo dimenticarcelo quando intraprendiamo un’escursione, ma la maggioranza delle situazioni pericolose e degli incidenti si creano per stupidità umana. C’è chi si sopravvaluta, chi parte impreparato, chi non considera adeguatamente i rischi, chi prende decisioni avventate… la montagna non perdona. E lo stesso potremmo dire del mare, o di altri ambienti naturali.

E’ vero che può capitare di avere fortuna e passarla liscia pur non avendo preso le necessarie precauzioni o che nonostante tutte le accortezze avvenga una sfiga, ma è più frequente il terzo caso, ovvero quello delle rogne che capitano a chi se le è andate a cercare.

Nessun tramonto o alba o altro spettacolo naturale è così bello da mettere a rischio la propria vita e quella degli altri.

Lo so che in viaggio non si vogliono perdere occasioni, soprattutto se ci si trova in un paese lontano che difficilmente si tornerà a visitare, ma ripeto: non mettete voi e gli altri in pericolo per portare a casa una bella foto.

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Serenity EcoGuesthouse, il mio paradiso di relax a Bali

Cercate una guesthouse a Bali carina ed economica, magari con la piscina e vicina alla spiaggia? Volete fare un yoga retreat o provare un paio di lezioni in un ambiente serio ma rilassato? Io sono stata a Serenity EcoGuesthouse e ve la consiglio fortemente!

La mia prima settimana a Bali è stata un incanto, nonostante svariate seccature tra cui un volo perso e un virus bastardo. Il merito va senz’altro alla guesthouse in cui ho scelto di soggiornare, che sembrava un piccolo paradiso creato su misura dei miei sogni!

Ho già scritto altrove che l’alloggio può essere in alcuni viaggi o vacanze l’elemento che fa la differenza: mi è capitato infatti di trovare ostelli o b&b dall’atmosfera così particolare che le ore passate lì dentro sono diventate uno dei motivi di interesse del viaggio. Mi è capitato in Irlanda, a Malta, in Sicilia, in Austria e ora anche a Bali.

Ho trascorso una settimana alla Serenity Ecoguesthouse, dividendo le mie giornate tra lavoro, yoga, spiaggia, piscina e passeggiate. E’ stata un vacanza molto pigra per i miei standard, ma mi sentivo in un puro stato di grazia e ho amato la vita semplice di quelle giornate, molto diverse da quelle dei miei viaggi precedenti, votate all’esplorazione compulsiva e al non stare mai ferma.

Mi sentivo all’interno di un piccolo mondo che pareva essere stato creato dalla mia mente e pensavo che andasse bene così, non avevo bisogno di cercare altro. Devo aver avuto ragione: il soggiorno a Serenity mi ha rigenerata.

Non sono certa l’unica a pensare che Serenity Ecoguesthouse sia un ambiente particolare, un piccolo mondo protetto dove la gente si sente felice. “Good vibe”, si dice in inglese, e ho sempre odiato quest’espressione perché mi fa sempre venire in mente una qualche discotecaccia commerciale, senonché mi trovo a pensare che sia l’espressione giusta da usare in questo caso.

Serenity attrae una clientela piuttosto particolare: perlopiù gente tra i 25 e i 40 anni, vgiovani che hanno già superato gli anni dei foam party e delle sbronze come se non ci fosse domani, interessati più al benessere che allo sballo.

Ho visto anche qualche coppia e un paio di persone più anziane, ma la quasi totalità degli ospiti di Serenity sono viaggiatori solitari e questo facilita molto la socializzazione.

Non so se sia un caso o il risultato di una combinazione di fattori, ma qui ho incontrato persone dalle esperienze di vita diversissime che hanno tutte in comune due cose: considerare il viaggio una componente fondamentale della loro vita e un radioso sorriso sul volto.

Tra le persone incontrate ricordo con piacere una camera assistant finlandese che viaggia tra una produzione cinematografica e l’altra alla ricerca dei più bei fondali marini, un giovanissimo canadese che ha aperto una sua ditta di online marketing, un altro canadese che vende articoli di arredamento su Amazon, una travel nurse di origine messicana che ora vive a San Diego ma si sposta continuamente per lavoro e, la più divertente di tutti, una make up artist irlandese che ogni gennaio si prende un break dall’inverno.

Pure io, vecchia gallina padovana, cinica e imbruttita dalla vita, a Serenity sono tornata un essere umano, gioviale e rilassata, incredibilmente positiva.

Il mio unico rimpianto? Essermi fermata qui soltanto una settimana. E visto che mi è piaciuta tanto, la voglio proporre anche a voi!

Dove si trova

Serenity Ecoguesthouse si trova a Canggu, ex villaggio di pescatori sulla costa sud di Bali.

Oggi Canggu è chiaramente votata al turismo, ma non ha niente a che fare con il turismo di massa e le notti selvagge di Kuta. E’  una zona di villette e guesthouse in mezzo alle risaie, con un paio di vie fiancheggiate da negozi, bar e ristoranti.

La spiaggia è una lunghissima spiaggia sabbiosa con un mare adatto al surf. Potete certamente fare il bagno, ma nuotare è pericoloso a causa delle forti correnti.

Come sapete, io adoro camminare e questa è una delle ragioni per cui Canggu mi è piaciuta tanto: mi sono fatta camminate bellissime tra le risaie o lungo la spiaggia.

C’è anche un po’ di vita notturna, per chi la desidera. Old Man è un locale in prossimità della spiaggia molto international, burgers e musica; c’è poi un club rock, Gimme Shelter credo che si chiami, e un paio di club. Niente di folle, eh, se volete notti ruggenti a base di shots e incontri piccanti vi conviene andare a Kuta, ma se cercate un po’ di divertimento lo troverete.

La guesthouse: stanze e servizi

Serenity è una guesthouse economica a due minuti a piedi dalla spiaggia. Ha stanze private, singole e doppie, e dormitori. La colazione è inclusa nel prezzo della stanza.

E’ immersa nel verde, con un giardino di permacultura molto bello, e ha una graziosa piscina dove è davvero piacevole trascorrere oziosi pomeriggi.

La reception è aperta dalle 7.30 alle 22.00 e l’efficientissimo staff, che parla un perfetto inglese, potrà prenotare per voi tour, attività, taxi e ogni altra cosa di cui possiate aver bisogno.

L’abbondante colazione viene servita nel ristorante Alkaline, che si trova all’interno della guesthouse e dove potrete consumare deliziosi pranzi e cene vegetariane e vegane. Io non sono vegetariana, figuriamoci vegana, ma mi sono divertita molto a provare una cucina per me diversa e devo dire che la lasagna e i dolci vegani mi hanno fatto leccare i baffi. Anche i succhi di frutta mi hanno regalato tanta gioia.

Yoga

Uno dei motivi per cui tante persone scelgono Serenity sono le eccellenti lezioni di yoga che vengono organizzati nei due studio della guesthouse, Nirvana e Shala.

Immaginate un tramonto, le onde del mare in lontananza, una sala di bamboo e una musica rilassante. Non è l’ambiente perfetto per una lezione di yoga?

Sono tante e diversissime le lezioni di yoga che tutti i giorni, dalle 7.30 del mattino fino alle 7 di sera potete frequentare alla Serenity Ecoguesthouse. Divertitevi a provare quanti più stili di yoga possibili: hatha, ashtanga, vinyasa, yin yoga, restorative, detox retox, aerial yoga, acroyoga…

Le lezioni, tenute da insegnanti indonesiani e internazionali, sono adatte a tutti i livelli, dal principiante assoluto all’avanzato. Nel corso dell’anno vengono anche organizzati yoga retreat a tema specifico e corsi di yoga teacher.

Potete scegliere di pagare le lezioni singolarmente, ma questa ovviamente è l’opzione più costosa, oppure acquistare un pass da 5 lezioni o un pass settimanale a frequenza illimitata. L’ultima opzione è consigliata solo a chi pensa di seguire più di una lezione al giorno.

Massaggi e centro estetico

Non poteva mancare in un tempio del relax la sala massaggi. Non aspettatevi una spa lussuosa, è qualcosa di molto semplice, nello stile Serenity, ma potete scegliere tra diversi trattamenti, a prezzi economici.

Io ho provato il massaggio balinese con olio di cocco (che poi ho comprato per due euro) e il massaggio a quattro mani, ovvero due terapisti che ti massaggiano contemporanea. Doppia libidine coi fiocchi!

Ho scelto massaggi da un’ora, ma potete prolungare il piacere di mezz’ora o un’ora.

Quanto costa

Tutto molto bello, vero? Ma ora sarete curiosi di sapere quanto mi è costata questa meraviglia? Beh, resterete sorpresi: mi è costato meno di un weekend alle terme!

Il soggiorno a Serenity Ecoguesthouse mi è costato 2.850.000 rupie, l’equivalente di circa 200 euro, comprensivi di:

  • 10 notti in stanza singola con ventilatore (bagno in comune)
  • colazione
  • 6 lezioni di yoga da 90 minuti l’una
  • una lezione di meditazione gong da 60 minuti
  • un massaggio balinese da un’ora
  • un massaggio a quattro mani da un’ora

Prenotazioni

Vi ho convinti? Pensate che Serenity possa essere anche per voi un paradiso di relax? Bene, iniziate subito a pianificare la vostra vacanza.

Grazie all’ottimo rapporto qualità/prezzo Serenity è una scelta molto popolare tra molti viaggiatori, e spesso chi soggiorna qui si ferma per una o più settimane.

Va da sé che Serenity sia spesso fully booked, pertanto vi consiglio di prenotare con largo anticipo. Ho visto gente che pur di rimanere lì ha cambiato stanza durante il soggiorno, prendendo le stanze che restavano libere un giorno o due tra un ospite a lungo termine e quello successivo, ma personalmente trovo che cambiare continuamente stanza sia uno stress. Meglio pensarci prima e accapparsi una stanza per tutta la vacanza.

Che aspettate dunque?

Prenotate subito il vostro angolo di paradiso a Bali!

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Il paradiso all’improvviso

Una lunga sequela di contrattempi non è stata in grado di rovinarmi la vacanza.

Bali arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio in solitaria. Dopo un anno di dubbi e tensioni. Dopo un viaggio durato due giorni e mezzo, 24 ore in più del previsto.

Le sfighe iniziano a venti minuti dall’atterraggio a Wuhan, scalo tecnico del mio primo volo verso Bali. Da lì dovremmo poi atterrare a Guangzhou, dove avrei preso il volo per Denpasar. A Wuhan però non atterriamo: causa maltempo l’aeroporto è chiuso e veniamo dirottati verso un aeroporto vicino.

Vabbè, tanto avevo dieci ore da aspettare all’aeroporto di Guangzhou!, penso.

Atterriamo ma non ci fanno scendere dall’aereo. Dal poco inglese che lo staff della China Southern Airlines è in grado di parlare, capisco che siamo atterrati su un’aeroporto nazionale, dove non c’è personale dell’ufficio immigrazione, e quindi non possiamo scendere.

Restiamo chiusi dentro l’aereo per 5 ore, senza sapere se e quando saremmo ripartiti. Ma non possiamo volare direttamente su Guangzhou?, chiedo gentilmente. E dal poco inglese capisco che non possiamo, perché un piccolo gruppetto di passeggeri deve scendere a Wuhan. Tutti gli altri stronzi hanno voli in partenza da Guangzhou. Qualcuno sa già di averlo perso; io, con le mie dieci ore di attesa, penso di potercela ancora fare.

Gli italiani, come sempre, si distinguono tra tutti: mentre gli altri accettano con dignità la sfiga, loro gonfiano il petto arroganti e iniziano a sbraitare. C’è chi invoca il sacrosanto diritto di fumare, un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla Dichiarazione universale; c’è chi minaccia di chiamare l’avvocato; c’è chi spera nella Farnesina (Siamo sotto sequestro, qui, dovranno venire a liberarci!). Qualcun altro la butta sul ridere e si fa aprire un paio di lattine di birra dalle hostess. La birra mi tenta, ma credo che l’alcol in questa situazione non sia una buona idea.

A qualunque richiesta o protesta il personale di bordo risponde con il tipico aplomb cinese, ovvero con la faccia sorridente di chi non ha capito un cazzo di cosa gli state dicendo e ti ripete come un pappagallo la solita filastrocca. “Tempo brutto, partire non possiamo” (però in inglese, eh).

Le ore passano e inizio a sperare che invece di andare a Wuhan voliamo direttamente su Guangzhou. Partiamo, con grida di entusiasmo dopo gli scleri delle ore precedenti, e ovviamente atterriamo a Wuhan, ma sono comunque contenta perché ci dicono che ripartiamo soltanto dopo un’ora. Ho ancora tempo.

All’aeroporto di Wuhan pare che nessuno sappia perché siamo lì e dobbiamo aspettare che arrivi una hostess di terra che conosca la nostra situazione. Restiamo chiusi, pardon sequestrati, al gate di imbarco per più di tre ore. Ce la posso ancora fare… un po’ tirata, ma ce la posso fare.

Quando ci fanno imbarcare, penso che ormai ce l’ho fatta, ma avevo fatto i conti senza l’oste. Restiamo sequestrati in aereo per un’ora, motivo? Dobbiamo aspettare due passeggeri. Bene, mi dico, aspetteranno anche me allora, no?

Ovviamente no, non mi aspettano. L’aereo da Wuhan atterra a Guangzhou alle 18.55; il mio volo per Bali parte alle 19.10. Non me lo fanno prendere. Quando sbarchiamo, una hostess di terra ha un mazzo di nuove carte d’imbarco che si mette a distribuire ai malcapitati passeggeri. Quelli che hanno sbraitato più di tutti vengono imbarcati su un altro volo la sera stessa, per tutti gli altri hanno trovato un volo la mattina successiva. Io che non ho mai protestato son l’unica sfigata che rimane bloccata in Cina per un giorno intero: davvero, viviamo in un mondo ingiusto.

La compagnia aerea ci paga l’hotel, un pacchianissimo 5 stelle business che mi fa rivoltare lo stomaco. Quando arriviamo in hotel sembriamo una scolaresca alla prima gita. Strano, con tutto quel che mi è capitato non sono incazzata, non sono nervosa, non sono triste. E pensare che in altre occasioni mi ero agitata per molto meno!

hotel 5 stelle cina

Di visitare Guangzhou non ho alcun interesse. Rimango a letto fino a mezzogiorno, mangiucchio qualcosa, scribacchio qualcosa. Non ho accesso a Gmail, Google e Facebook e quindi non posso lavorare, in compenso però funziona Whatsapp. Chiedo al mio ragazzo di contattare la guesthouse a Bali e dirgli di tenermi la stanza anche se arrivo un giorno in ritardo. Gli rispondono che non c’è problema.

Tutto a posto, allora. Con molto anticipo (perché non si sa mai) vado in aeroporto. Le ore di attesa passano velocissime, e così quelle del volo. All’arrivo a Denpasar devo prendere un taxi, perché ovviamente l’autista che avevo prenotato si era presentato all’aeroporto il giorno prima (no, questi non sono riuscita a contattarli). Prendo un taxi della compagnia ufficiale dell’aeroporto: un vero salasso, più del doppio di quello che avevo pagato prenotando online. E’ l’una di notte e sono stanchissima, non ho voglia di contrattare il prezzo, tanto non me lo avrebbero mai abbassato.

Arrivo alla guesthouse alle due di notte, i cancelli sono chiusi, le luci spente e non c’è campanello. Faccio un po’ avanti e indietro per vedere se c’è un’entrata secondaria, dopodiché a bassa voce inizio ad invocare C’è nessuno? Poco dopo viene ad aprirmi un addetto alla sicurezza, scusandosi.

Adesso è tutto a posto, penso. Ma ovviamente no, non lo è. Il portiere di notte non trova la mia prenotazione, gli faccio vedere la conferma stampata e mi dice “Ah, ma dovevi arrivare ieri! Eh la stanza non è più disponibile, adesso abbiamo questa qui” e mi indica un numero scritto su una lavagna. E’ il prezzo della stanza: più del doppio di quello che avrei dovuto pagare.

Protesto, dico che erano stati avvisati e avevano pure confermato di aver ricevuto la comunicazione del mio ragazzo. Inizio a parlare gentilmente, poi più passa il tempo e più divento italiana anch’io. Non arrivo a invocare l’intervento della Farnesina, ma alzo la voce, più per stanchezza che per rabbia. Mi fanno parlare al telefono con il manager, che è poco disposto a collaborare, forse perché l’ho fatto tirare giù dal letto nel bel mezzo della notte. Il compromesso a cui arriviamo è che mi danno la stanza disponibile senza farmi pagare e la mattina dopo sistemo tutto col manager, intanto tengono in ostaggio il mio passaporto. Ok, fatemi dormire.

La mattina dopo una sorridente receptionist si scusa e mi dice che effettivamente è stato un errore dello staff. La mia stanza c’è, è quella in cui ho dormito, e la pago quanto era indicato nella mia prenotazione.

Da lì è iniziata la mia vacanza. Non sono finite le sfighe, c’è da aggiungere (almeno fino alla data in cui scrivo: ho ancora più di tre settimane da trascorrere qui a Bali) il blocco del bancomat da parte della mia banca e il casino per riuscire a chiamare senza spendere una follia, una collezione di vesciche ai piedi che mi fa zoppicare e un virus dispettoso che ha messo ko per un giorno (o più, a seconda della sfiga) tutti gli ospiti della guesthouse, me compresa.

Eppure… nel momento in cui ho avuto la stanza la mia vacanza è iniziata e da lì è stata solo gioia. Mi sento in un totale stato di grazia, è come se stessi vivendo un film di cui io stessa ho scritto il copione.

spiaggia a canggu, bali

La vita che sto facendo in questi giorni è semplice: una buona colazione, lavoro, spiaggia, yoga, una cena leggera, un libro. Sono attorniata dal verde, il mio ufficio è un capanno di bamboo o il baretto della guesthouse. Le persone che mi passano intorno sono sempre sorridenti, anche quando raccontano le vicissitudini al cesso della notte precedente! La notte ascolto la pioggia e le rane.

E’ come se avessi completamente disconnesso con la mia vita quotidiana e avessi trovato una me stessa che sapevo esisteva, ma non sapevo dov’era.

tramonto in spiaggia a canggu, bali

Potrei fare questa vita per mesi, come già fanno tante altre persone. Viaggiare non è una cosa da ricchi, è per chi lo vuole, punto.

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Come superare l’esame d’inglese CAE

Molte persone hanno necessità di sostenere l’esame Cambridge CAE per studio o lavoro ma sono spaventate dalla difficoltà dell’esame. Vero, è duro, ma non impossibile.

I miei consigli per superare l’esame CAE vi permetteranno di ottimizzare il tempo dedicato allo studio e aumenteranno notevolmente le vostra probabilità di successo all’esame. Parola di studentessa e di insegnante d’inglese!

Il Cambridge Certificate of Advanced English è uno dei più noti certificati di lingua inglese, riconosciuto da moltissime università ed enti. Può essere utile averlo e in certi casi è addirittura indispensabile, per esempio se volete iscrivervi ad un’università straniera.

L’esame CAE per ottenere il certificato è piuttosto duro: ho visto molte persone fallire per abitando da molti mesi in un paese di lingua inglese.

È difficile perché richiede un livello di lingua avanzato, è lungo e stressante, ha una struttura complessa, tempi e regole ferre che non ammettono eccezioni.

Io ho superato l’esame CPE (Certificate of Proficiency in English) che è superiore al CAE ma di fatto molto simile: è solo più lungo ma la struttura è la stessa. Di recente ho aiutato una ragazza a preparare il CAE e mi ha detto che i miei consigli le sono stati più utili di quelli del suo precedente insegnante, che era madrelingua!

Hanno dunque già funzionato in due occasioni e quindi ve li propongo, certa che saranno utili anche a voi.

Buono studio!

L’articolo è un po’ lungo, ecco il sommario:

  • Parti da un livello upper intermediate/advanced
  • Corso: sì o no?
  • Butta via il dizionario bilingue
  • Acquista libri di testo di qualità
  • Impara tanti verbi frasali, idioms e collocations
  • Studia i modali
  • Migliora il listening
  • Migliora lo speaking
  • Cronometra i tuoi esercizi

 Parti da un livello upper intermediate / advanced

Il primo passo per superare l’esame CAE è essere onesti con se stessi e autovalutare (o farsi valutare) in maniera obiettiva il proprio livello di inglese.

Dovete ricordare che il Cambridge CAE è un esame di livello avanzato, piuttosto difficile. Considerate che esiste un solo esame di livello superiore al CAE, che è il CPE e certifica un livello di inglese quasi madrelingua. Più in su c’è solo un nativo.

Non si acquisisce un livello di lingua avanzato con un corsetto di un mese se il livello di partenza è poco più di un intermedio. Occorre studiare parecchio e consiglio quindi di iscriversi all’esame solo quando il livello di partenza è già molto alto: a questo punto ci si potrà concentrare sulle dinamiche dell’esame, conoscere bene com’è strutturato, imparare a rispettare i tempi previsti.

Ho visto troppa gente fallire per aver preso sottogamba l’esame o aver sopravvalutato il proprio livello di inglese per cui datemi retta: se non partire con solide basi, rimandate l’esame.

Corso sì o no?

È indispensabile frequentare un corso per poter superare l’esame? No, si può dare l’esame CAE anche studiando da privatisti.

I corsi sono in genere molti costosi e secondo me non sempre valgono i soldi spesi. Personalmente consiglio un corso di preparazione all’esame solo alle persone che hanno difficoltà a studiare da sole, a organizzarsi il tempo, a seguire regolarmente un programma di studio.

Se invece siete persone motivate e molto disciplinate allora potete risparmiare i soldi del corso.

Una via intermedia è un paio di lezioni private con un buon insegnante, con cui fare conversazione e a cui chiedere di correggere i vostri esercizi di writing. Con gli stessi soldi di un corso, o meno, verrete seguiti in maniera molto più accurata.

Butta via il dizionario bilingue

Il peggior nemico di uno studente che sta preparando un esame di inglese Cambridge è il dizionario bilingue, ovvero il dizionario italiano-inglese inglese-italiano. È un ausilio che crea dipendenza, buono solo per persone pigre che non vogliono fare lo sforzo di pensare in inglese.

Purtroppo per acquisire un buon livello di lingua è indispensabile fare lo sforzo di non pensare secondo gli schemi linguistici della propria lingua madre.

Un utilissimo esercizio per abituarsi a pensare in inglese è quello di NON tradurre, ma di cercare di capire il senso di una parola dal contesto in cui è inserita. A tal scopo consiglio l’uso di un dizionario monolingue, ovvero un dizionario in inglese che vi dà il significato delle parole in inglese.

Potete usare quelli online come Oxford Dictionaries o acquistarne uno cartaceo come il Collins Cobuild o il Concise Oxford English Dictionary.

Acquista libri di testo di qualità

Se frequentate un corso, i libri di testo vi verranno dati a lezione. Non sempre sono dei libri di qualità: per il corso che ho fatto io a Dublino il testo di riferimento era davvero pessimo e son certa che non avrei mai passato l’esame studiando solo quello.

I libri necessari per prepararsi all’esame CAE sono:

  • una buona grammatica (che dovreste già avere)
  • i libri con le simulazioni degli esami: questi ultimi sono fondamentali per conoscere e capire bene la struttura dell’esame e per valutare passo passo i propri progressi (banalmente, col tempo gli errori dovrebbero diminuire sempre più).

Andate sul sicuro acquistando i libri della Cambridge University Press.

Un testo non necessario ma utile è Common Mistakes at CAE… and how to avoid them. L’edizione 2016 contiene anche alcune prove di esame.

Consiglio poi VIVAMENTE lo studio di tre libri su phrsal verbs, idioms e collocations. Sono un aspetto della lingua che nei corsi trova sempre troppo poco spazio a mio avviso. Vediamo meglio di cosa si tratta e perché è importante conoscerli bene.

Impara tanti verbi frasali, idioms e collocations

L’ho già scritto nel mio post Tre libri che faranno decollare il tuo inglese: il momento in cui ho sentito di aver fatto il salto da persona con un buon inglese, ma ancora troppo “italiano”, a persona che parla inglese fluidamente, destreggiandosi senza problemi in conversazioni con i madrelingua, è stato quando ho imparato phrasal verbs, idioms e collocations.

Se non sapete cosa sono partiamo male… a un livello avanzato di inglese dovreste conoscerne già parecchi, e per superare l’esame CAE sono fondamentali.

Per (ri)spiegarli brevemente:

  • i phrasal verbs sono i verbi il cui significato cambia se vengono usati in combinazione con una preposizione: ad esempio “take” da solo vuol dire “prendere”, ma “take off” vuol dire decollare;
  • idioms sono le espressioni e i modi di dire, che sono sempre intraducibili da una lingua all’altra: esempio “It takes two to tango”;
  • collocations sono combinazioni fisse di due o più elementi grammaticali, come nome e aggettivo, avverbio e aggettivo, ecc. : esempio “blissfully happy”

Potremmo dire che phrasal verbs, idioms e collocations hanno per l’abilità linguistica di una persona la stessa funzione delle spezie in cucina.

Immaginate di aver cucinato una zuppa seguendo perfettamente tutti i passi della ricetta ed avendo usato solo ingredienti di buona qualità, ma il risultato è un piatto con poco sapore perché non avete usato sale e spezie. Ecco, ora immaginate di parlare correttamente una lingua, senza errori grammaticali, ma senza quella coloritura data da un lessico che ha più forza comunicativa.

Sapere quanti più phrasal verbs, idioms e collocations possibili vi farà guadagnare molti punti allo speaking e al writing, perché l’uso di un ampio vocabolario è molto apprezzato nell’esame CAE.

Inoltre vi farà fare meno errori nella parte Use of English negli esercizi in cui dovete scegliere la parola, preposizione o verbo corretto tra quattro proposte: se nella domanda è contenuto un phrasal verb, idiom o collocation cercare di azzeccare la risposta andando a intuito è impossibile. Questi qui o si sanno o non si sanno.

Un ottimo investimento per il vostro esame CAE è dunque l’acquisto di libri specifici per imparare phrasal verbs, idioms e collocations.

I libri che ho acquistato io e che consigliavo già nel post precedente sono:

English Phrasal Verbs in Use – Advanced

English Idioms in Use – Advanced

English Idioms in Use - un libro per migliorare il tuo inglese

English Collocations in Use – Advanced

English Collocations in Use - un libro per migliorare il tuo inglese

Studia i modali

Premesso che la grammatica va conosciuta a menadito, TUTTA, mi permetto di consigliarvi uno studio approfondito dei verbi modali.

Per molti italiani i modali sono davvero ostici, purtroppo però è fondamentale saperli molto bene e distinguerne i diversi usi. Chi si prepara al CAE deve conoscere bene tutti i modali e i loro usi, compresi quelli poco o per nulla usati nella lingua parlata.

Nella parte Use of English vi capiterà sicuramente qualche domanda sui modali. Sapere bene i modali vi aiuterà anche per la parte del Reading perché i modali hanno delle sfumature di significato a volte molto sottili: conoscerli o non conoscerli può fare la differenza nella corretta comprensione di un testo.

Migliora il listening

Il listening terrorizza quasi tutti i candidati all’esame CAE italiani. Più che comprensibile: se non si vive in un paese di lingua le occasioni per ascoltare un inglese che parla con noi sono poche o nulle.

Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Immergetevi in un mondo di ascolto in inglese: ascoltate la radio in inglese e guardate film in inglese. Ascoltare la radio e guardare film in lingua originale deve diventare una pratica abitudinaria, addirittura quotidiana se possibile.

Grazie ad Internet questo esercizio ha un costo nullo o irrisorio. Ad esempio, chi ha Netflix o altri servizi a pagamento ha a disposizione nel proprio abbonamento diversi film in lingua originale, con la possibilità di scegliere se aggiungere i sottotitoli o meno. Consiglio di iniziare con i sottotitoli (rigorosamente in inglese: vietato l’italiano) e quando ci si sente più sicuri farne a meno.

Moltissime radio internazionali si possono ascoltare online gratuitamente. La cara vecchia BBC va benissimo per fare esercizio. Ovviamente è bene dare la preferenza ai talk show piuttosto che ai programmi musicali.

Trucchetto:

Non limitatevi all’ascolto dell’inglese britannico. L’esercizio di listening all’esame CAE potrebbe includere un brano con parti lette da persone con accenti diversi. Dato che è impossibile impararli tutti, direi di fare esercizio sui due più comuni, britannico e statunitense, e se ne avete il tempo provare anche ad ascoltare brani con accento scozzese, irlandese o australiano.

Migliora lo speaking

Se avete seguito tutti i consigli qui sopra il vostro speaking dovrebbe già aver fatto un salto di qualità.

Con phrasal verbs, idioms e collocations avete acquisito un vocabolario più ricco di possibilità espressive e soprattutto molto più “vero” perché le persone madrelingua inglesi fanno un ampissimo uso di queste tre bestie! (in realtà anche noi in italiano, ma essendo la nostra lingua madre non ce ne accorgiamo).

Una prolungata esposizione all’ascolto di persone madrelingua dovrebbe già avervi abituati al ritmo della lingua inglese, e dunque dovrebbe risultarvi più facile quando siete voi a parlare.

L’esercizio specifico per migliorare il parlato è ovviamente la conversazione con i madrelingua. Ma dove trovarne uno che voglia parlare con noi?

Informatevi presso l’Informagiovani o la biblioteca del vostro comune se organizzano tandem linguistici e date un’occhiata ai siti dedicati agli expat come Internations.org se esiste un gruppo nella vostra città. Tandem e gruppi expat vi permettono di parlare inglese con un madrelingua senza spendere soldi.

Un’altra possibilità ovviamente è pagare un insegnamente privato chiedendo di fare solo conversazione.

Che fare però se non potete permettervi di pagare lezioni private e non esistono incontri di scambio linguistico gratuiti nella vostra zona?

In questo caso consiglio di intensificare l’esercizio di listening perché questo, anche se non sembra, ha ottime ripercussioni anche sul parlato. Dopodiché si pratica il fai da te: certo, non è la soluzione ideale, ma se non avete nessuno con cui parlare… parlate da soli! Fatelo sempre ad alta voce, aiuta tantissimo.

Trucchetto:

Siete incerti sulla pronuncia corretta di una parola? Potete verificarla gratuitamente su Oxford Dictionaries, vi basterà cercare la parola e cliccare sull’icona dell’autoparlante.

Cronometra i tuoi esercizi

Quanto ci metti a scrivere? Quanto ci metti a rispondere a una domanda orale? Quanto ci metti a leggere un testo e rispondere a tutte le domande?

Durante la preparazione dell’esame CAE è molto importante tenere sott’occhio i tempi che si impiegano per svolgere gli esercizi. All’esame i tempi sono strettissimi e non vengono MAI concesse deroghe. Dovete quindi essere in grado di terminare ogni parte dell’esame nei tempi previsti.

Fate molta attenzione allo speaking perché noi italiani abbiamo la tendenza a essere prolissi: all’esame cercate di andare subito dritto al sodo, senza inutili giri di parole. Esercitatevi a farlo durante la preparazione, con l’orologio sempre a portata di vista o meglio ancora un cronometro.

Attenzione anche ai tempi di scrittura! Alcuni consigli per chi sceglie l’esame paper-based:

  • scordatevi di poter fare la brutta copia, porta via troppo tempo. Abituatevi a scrivere direttamente in bella.
  • non fate gli esercizi di scrittura al computer, allenatevi a scrivere a mano in modo da riuscire a farlo più in fretta. Questo lo consiglio caldamente a chi ha lasciato la scuola già da qualche anno.

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Scrivo poco perché scrivo tanto

Il titolo di questo post può sembrare un paradosso, ma riassume efficacemente il motivo per cui negli ultimi mesi ho trascurato il mio blog.

Basta aggiungere un paio di paroline per specificare meglio cosa intendo e tutto sarà chiaro: scrivo poco su questo blog perché scrivo tanto per i miei clienti.

Ecco spiegato l’arcano: da qualche mese lavoro come copywriter freelance, il che significa che passo (almeno) otto ore al giorno al computer a scrivere articoli per siti Internet. Con tutto il mio amore per la scrittura quando finisco di lavorare la prima cosa che voglio fare è spegnere il computer, l’ultima che voglio fare invece è mettermi a scrivere un articolo un altro articolo, anche si tratta del  mio blog.

Anche perché, a parte qualche piccolo lavoretto qua e là, il mio unico cliente importante mi commissiona solo articoli di turismo. In pratica vengo pagata per fare qualcosa che mi appassiona: fantastico no?

Sì, fantastico, ma col risultato che il mio hobby è molto simile al mio lavoro, e quindi ha perso quella componente di distensione e di relax. Finito di lavorare ho voglia di fare cose pratiche, fosse anche solo andare al supermercato a fare la spesa (rigorosamente a piedi). E questo è il motivo principale per cui negli ultimi mesi non ho più scritto su questo blog.

bloc notes

Ci sono anche altri due motivi, connessi tra loro. Il primo è una mia generale crisi di ispirazione sugli argomenti interessanti da trattare. Mi pare che il mondo “travel blog” sia esploso negli ultimi due anni, con il risultato che qualunque destinazione o tematica relativa al viaggio è stata (quasi) sicuramente trattata almeno da dieci bloggers distinti. In pratica mi chiedevo: cosa posso scrivere che sia veramente utile ai miei lettori?

E qui si viene al terzo argomento, che chiamerei “La grande crisi” o “La fine dei travel blog (per me)”. Ma per oggi direi che mi fermo qui. Dopo tanto tempo che non scrivo più per diletto, anche poche righe mi sembrano uno sforzo.

Intanto sono contenta che stasera ho rotto il ghiaccio. Mi dispiaceva lasciar andare alla deriva “La Ragazza con la Valigia”, il mio figlioccio, grazie al quale so di essere riuscita nel mio intento di dare informazioni e punti di vista utili.

Se avete suggerimenti o richieste per nuovi post, non siate timidi e fatemelo sapere!

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Foto del mio mese 2016

Anche quest’anno per il mio compleanno mi “regalo” la foto del mese. E’ una foto scattata al Teatro delle Marionette di Salisburgo, Austria.

Sono affascinata dai burattini: riescono ad emozionarmi come se fossi ancora una bambina. E poi rimango a guardarli ammirati, pensando alla maestria artigianale di chi li ha creati.

teatro marionette a salisburgo

 

 

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